Massimo Sansavini

Critica

Legni di Fiaba

La pratica artistica di Massimo Sansavini, giovane artista forlivese formatesi all'Accademia di Ravenna, si colloca sull'ambiguo crinale fra pittura e scultura e si muove lungo l'altrettanto sottile confine fra figurazione e astrazione, con la costante disponibilità di questi apparentemente contraddittori momenti a scambiarsi le parti. Sansavini, infatti, non solo opera mediante l'assemblaggio di vari elementi lignei, ma sembra voler esaltare la componente pittorica del suo fare con l'impiego di squillanti cromie di solarità mediterranea. Non a caso l'artista non qualifica le sue opere come "sculture", bensì come "oggetti", intendendo per l'appunto alludere con questo vocabolo alla componente costruttiva sottesa alla sua esperienza artistica, al suo accumulare e stratificare frammento su frammento per ottenere, come recita il dizionario alla voce "oggetto", "ciò che il soggetto, contrapponendovisi, percepisce come diverso o indipendente nei confronti di se stesso". Certo compare in questa attività una forte componente ludica tant'è che le immagini ottenute ricordano i puzzles o le costruzioni di legno dell'infanzia. E questo discorso vale sia quando l'artista mantiene la sua operatività nei limiti del pannello appeso alla parete, dell'altorilievo arabescato, ricco di incastri e di curiosi intarsi, di simboli e di presenze ancestrali, sia quando, invece, invade direttamente lo spazio con fasci di legni bizzarri e colorati che si allungano nell'aria, alludendo e originando caleidoscopiche immagini di grande dinamismo e di sapore futurista. In un caso e nell'altro assume una funzione fondante la verticalità che può esprimersi nelle figure dell'albero, della torre o del faro oppure assumere la forma di vero e proprio totem di arcaiche ritualità. Bachelard sosteneva che "non è possibile prescindere dall'asse verticale per esprimere valori morali". In Sansavini, che crea con divertita ironia, la linea della verticalità non vale tanto quanto portatrice di valenze etiche, bensì, comunque, quale segno di elevazione spirituale, rappresentando simbolicamente una ricerca mentale, l'abbandono da parte delle cose rappresentate dei loro aspetti terreni per assumere una dimensione differente, per configurare freudianamente un'altra scena.
Fin dagli inizi l'artista ha scelto quale suo materiale il legno, un materiale di lunga tradizione e, in quanto legato all'albero, già carico di significati simbolici. Del resto la natura rimane un referente importante per le sue opere attuali. Ma si tratta, ovviamente, di una natura reinventata che acquista una propria autonomia vitale poiché lavorando l'artista fonda e genera qualcosa d'altro, crea un codice linguistico affatto personale che costruisce un proprio universo. I titoli apposti alle opere possono meglio chiarire il senso di questo nostrodiscorso. Alcuni, come ad esempio II mago di Oz o La casetta di Hansel, rimandano immediatamente a un poetico mondo di fiaba. In altri, il riferimento non è così diretto, ma ugualmente suggestivo, aleggiandovi un senso di magiche atmosfere: La casa degli specchi, L'arca, II faro. Lo sciamano. E universo di Sansavini è dunque abitato da immagini mitiche, da figure archetipiche (l'albero, la casa, la luna...) che strutturano un racconto immaginario, una scrittura di segni a valenza simbolica. L'artista scava nella sua memoria ricercando tracce remote e narrando questa avventura mediante un'affabulazione complessa, suggerita a volte per segni minimi, o meglio per segnali, per minute tracce disseminate lungo un percorso che si fa tutto mentale toccando i recessi dell'inconscio collettivo. Ogni opera rappresenta dunque solo un momento di una sequenza più articolata, la pagina di un trasognato diario dettata dal profondo in una stratificazione di racconti, un accumularsi e sovrapporsi di ricordi, di sensazioni di vita vissuta, che affiorano in un nuovo e diverso ordine logico. Le opzioni cromatiche, in buona parte sostenute dai colori primari, svolgono un ruolo essenziale seducendo lo spettatore e coinvolgendolo in metafìsiche atmosfere, in spazi atemporali. Si tratta di un colore di origine industriale, plastico, lucido e riflettente. Già nell'antichità classica si individuava l'importanza del rapporto dell'immaginazione con la luce, tant'è che Platone riteneva il fegato sede della phantasia in quanto l'organo più lucido e quindi in grado di riflettere.
E "riflettere" non significa solo "rinviare" o "rimandare", ma, anche, "guardare dentro se stessi", scendere nelle pieghe del proprio animo e dei propri sentimenti. Sansavini si cura di quest'aspetto, soprattutto del fatto che la possibilità di riflettersi nel lucido del colore coinvolge maggiormente lo spettatore, ne cattura lo sguardo e lo costringe a riconoscersi, in qualche modo, in quanto vede. Così, a sua volta, lo spettatore inizia inconsciamente un proprio viaggio, una discesa nei reconditi meandri del proprio profondo, all'interno del quale, nella infinita catena delle libere associazioni mentali, ritrova le stesse immagini poiché i tratti dei racconti di Sansavini appartengono all'immaginario collettivo. Del resto questo confronto con il pubblico l'artista lo aveva cercato anche in passato. Durante gli anni Ottanta costruiva infatti delle specie di scatole scenografiche ricche di cassetti e stipi, di anfratti e intarsi, dei Contenitori delle memorie come li chiamava, che nascondevano segreti e dentro i quali, come negli antichi secrétaires, solo chi aveva voglia poteva, aprendo e chiudendo, ritrovare piccoli oggetti, frammenti di ricordi, segni del passato. Ora il gioco è diventato più sottile, più attento ai meccanismi dell'inconscio e alla capacità della memoria di costruire nuovi percorsi di senso. Anche in termini artistici la sua operatività è diventata più intrigante in quanto affidata maggiormente alla forza narrativa di un mondo di segni e di figure in continuo movimento, a un repertorio di vocaboli che, affiorando da spazi indefiniti, disegna nuovi paesaggi e nuove geografie della mente.

Giuseppe Bonini - 1999

[Testo fornito dall' artista]

Il mondo in technicolor del nuovo Depero. Tra luci, suoni e smalti

Ne Depero, ne Nespolo. Massimo Sansavini, 37 anni, un'inventiva ine sauribile e una straordinaria abilità artigianale nel lavorare il legno, non si sente figlio ne del Mago di Rovereto, ne dell’ artista torinese. "Non ho maestri", dice. "Per costruire il mio mondo ho guardato soprattutto dentro di me, e al mondo naturale. Se proprio si vuole trovare una fonte di ispirazione per il mio lavoro, bisogna semmai guardare a certe costruzioni magico-rituali delle popolazioni primitive non europee, o ai totem degli indiani d'America". Eppure, le sue sculture e i suoi altorilievi dal forte sapore ludico e giocoso sembrano avere più d'una parentela con il lavoro di quegli artisti, come Depero, Balla o Nespolo, che, in epoche diverse, hanno saputo dare vita a un vero e proprio filone parallelo dell'arte italiana. Un filone che ha fatto del gioco, dell'ironia, del divertimento e dello sconfinamento del linguaggio specifico dell'arte in altri campi come quello della pubblicità, dell'arredamento, del design - dei capisaldi del proprio lavoro. Trentasette anni, forlivese, Sansavini ha studiato all'accademia. Poi, sposatesi giovanissimo, si è allontanato dal mondo dell'arte per andare a fare l'operaio. "Costruivo serbatoi per l'acqua", ricorda. "Ho imparato a far stare in piedi immense costruzioni. A un certo punto, un compagno di lavoro ha avuto un incidente. Quell'episo dio mi ha messo in crisi. Improvvisamente, mi sono chiesto: che ci faccio qui? Così ho mollato tutto, e mi sono buttato con maggior determinazione nel lavoro artistico". Nel frattempo, infatti, Sansavini aveva cominciato a costruire quegli "oggetti" (così li chiama lui stesso) che ancora oggi contraddistinguono il suo fare artistico. "Lavoravo in completa solitudine, senza far vedere il mio lavoro praticamente a nessuno. All'inizio co struivo strane sculture che chiamavo Contenitori delle memorie. Erano scatole in legno, piene di cassettini e stipi segreti, che riempivo di oggetti, ricordi, brandelli di memoria. Poi, pian piano, hanno cominciato a nascere gli oggetti che faccio oggi". Il lavoro odierno di Sansavini si divide sostanzialmente in due filoni. Da una parte ci sono i pannelli, quasi sempre in legno colorato, che riproducono un mondo naturale dalla forte carica ironica e giocosa. Sono immagini di una realtà stralunata e fortemente stilizzata, che ha i colori e le forme dei disegni infantili, e che richiama spesso, nel grande dinamismo che attraversa le sue linee, lo stile e lo spirito che appartenevano al secondo futurismo. Dall'altra ci sono le sculture vere e proprie: grandi totem, alti anche più di 3 metri, ricoperti di una folta vegetazione lignea, sempre vorticosa e coloratissima, che sembra scuoterne le fondamenta. A volte, a dare maggiore suggestione alle linee di questi bizzarri totem contribuisce anche la luce: facendole vivere di vita propria. In queste sculture, che si alzano nell'aria come buffe piante di uno strano e impossibile mondo extraterrestre, Sansavini sembra perdere davvero ogni riferimento con l'arte italiana del passato e del presente. Non pare più, insomma, ricollegarsi ne agli esperimenti del futurismo deperiano ne a quelli postpop di Nespolo. Vola alto, libero dai legacci della tradizione, nel suo universo, allo stesso tempo naturale e artificiale, come un modernissimo creatore di una improbabile natura di fine millennio.

Francesco Cardea

[Testo fornito dall' artista]

Resta l'evidenza che anche in questi cieli locali si affrontano, come nel racconto biblico, due schiere contrapposte: i cherubini simulatori e i luciferi incantatori. I primi cantano l'arte patinata a immagine del Kitsch e disneyland, di Barbie e cartoons, nella simulazione di un mondo giocattolo a misura dei mercati per l'infanzia; mentre le fiabe luciferine dei secondi serpeggiano tra antichi Primitivi, arti di corte, arti tribali, in cerca delle luminose bellezze di un tempo che poi sono andate perdute. Se io preferidco i diavoli è perché risvegliano dai fondi oro la luce, questa "vecchia sultana" (Limbour) per restituirla all'arte che l'aveva perduta dopo Matisse. L'opera di Sansavini fa parte degli incantamenti luciferini anche in virtù dello smalto, o del luminismo dei suoi oggetti.

Tommaso Trini

[in Favole frattali, San Paolo 1999]

E riflettere non significa solo "rinviare" o "rimandare", ma, anche, "guardare dentro a se stessi", scendere nelle pieghe del proprio animo e dei propri sentimenti. Sansavini si cura di quest'aspetto, soprattutto del fatto che la possibilità di riflettersi nel lucido del colore coinvolge maggiormente lo spettatore, ne cattura lo sguardo e lo costringe a riconoscersi, in qualche modo, in quanto vede. Così, a sua volta, lo spettatore inizia inconsciamente un proprio viaggio, una discesa nei reconditi meandri del proprio profondo, all'interno del quale, nella libera infinita catena delle libere associazioni mentali, ritrova le stesse immagini poichè i tratti dei racconti di Sansavini appartengono all'immaginario collettivo.

Giuseppe Bonini

[in Legni di fiaba, San Paolo 1999]