Andrea Raccagni

Critica

Raccagni e l'ultimo naturalismo.

Andrea Raccagni è nato ufficialmente alla mia attenzione quando Francesco Arcangeli ebbe a presentarlo in una personale bolognese, concepita versa Ia fine del '56, inserendolo nella pattuglia degli Ultimi Naturalisti, su cui da qualche anno puntava tutte le sue carte. Ma già allora, rispetto ai compagni di cardata, bolognesi a più genericamente "Lombardi" (Morlotti, Moreni, Mandelli, Vacchi, Bendm1, Pulga, Ferrari...), Raccagni si distingueva per il suo estremismo, per la sua volontà di apparire eccessivo. Diciamo Che egli si collocava alla sinistra del gruppo. Essere alla sinistra, nel sua caso significava non accontentarsi delle normali mediazioni pittoriche cui si arrestavano gli altri, pur nell'atto di ingrossare le "paste" e di usarle in aggetto; ma per loro si trattava pur sempre di "paste" cromatiche estratte da tubetti a da barattoli di colore uscita da una normale lavorazione industriale. Raccagni invece si caratterizzava per intenti di "concretezza", ricorrendo a quelle che eloquentemente chiamava "tecniche miste", ove cioè il colore si univa a pietruzze e minerali, a tele rigonfie, a fibre contorte. E anche l'immagine complessiva risultante esulava da quel tanto di naturalismo residuale che si poteva rintracciare negli altri: non esisteva, cioè, un rapporto a scala umana con i vegetali, i dossi, i tumuli collinosi di un ambiente paesistica, ma veniva additato piuttosto un tuffa "dentro" Ia materia, a per la meno a un palmo da essa, can deliberata miopia, senza alcuna distanza prospettica. Diciamo insomma Che Raccagni tentava di fondere Ia "concretezza" degli assemblages di Burri cOn Ia mitologia della natura propria dei "Lombardi"; a che guardava verso le esperienze polimateriche di Dubuffet, di Tàpies, di Millares. D'altra parte, l'evacazione di questi nomi del panorama internazionale dominante in quegli anni non deve trarre in inganna facendo pensare a un Raccagni troppo sbilanciata in direzione cosmopolita. 0 meglio, c'era in lui senza dubbia questa ansia di evadere, di esplodere, ma combinata can l'altra di abbarbicarsi alle zolle del suo habitat atavico, la provincia imolese. Provincialismo e cosmopolitismo pasti quasi in cortocircuita, pronti a rovesciarsi l'uno nell' altro: in perfetta rispondenza, del resto, can I Caratteri stessi di quella provincia romagnola, ave Ia fertilità naturale della terra si sposa a meraviglia con la produttività artificiale delle fabbrichette e degli stabilimenti in cui magari si praticano, benché su scala artigianale, tecnologie avanzate. Non sorprenderebbe di constatare che in uno di quei tanti capannoni qualche inventore pazzo e spericolata stesse montando pezzo a pezzo, cOn bricolage fra l'ingenua e il sofisticata, un'astronave pronta a partire per temerari viaggi spaziali, conducendone l'assemblaggio a poca distanza da una distesa di mele a di pomodori raccolti come provviste per l'inverno a per fame conserve.[...]

Pittura o scultura?

Se si dovesse definire in breve il senso dell'ormai lunga attività di Andrea Raccagni, si potrebbe dire che essa si è proposta di ricercare in ogni caso ciò che eccede il cosiddetto "giusto mezzo" ciò che va oltre e trasmoda ogni equilibrio convenzionale e precostituito. Si tratta di un'arte che vuol testimoniare della contingenza fondamentale, dell'imprevedibilità della vita, del fatto che essa non può essere chiusa entro schemi semplificati e ridotti. E' dunque un'arte di segno opposto a quello sotto cui si raccolgono i cultori delle forme geometriche, coloro Che tentano di progettare mondi privi di attrito, popolati di macchine perfette. Rispetto a tutte le ricerche di equilibri troppo facili, di simmetrie troppo evidenti, di Contraddizioni troppo ovvie, Raccagni fa risuonare una forte voce di protesta e di Contraddizione: una voce che solo pochi anni fa poteva andar confusa nei coro numeroso dei molti seguaci dell'Informale, e che poteva quindi apparire superflua, ma che riacquista attualità ed efficacia nel momento in cui le esercitazioni geometriche rispuntano fuori, approfittando del periodo di interregno tra il declino dell'Informale stesso e l'avvento delle nuove forme oggettivistiche e narrative destinate a continuarne e a integrarne l'opera.
Veramente, ci fu un tempo in cui Raccagni sembra sensibile al fascino della stilizzazione geometrica. Pensiamo a molta sua produzione tra gli anni '45 e '50, anteriore alla "scoperta" che ne fece l'Arcangeli nel '56: il linguaggio era allora postcubista, volto a montare, ad avvitare l'uno sull'altro dadi, piramidi, coni; ma appunto il "montaggio" non rimaneva tale, dall'addizione apparentemente meccanica delle parti nasceva un "tutto" organico, percorsa da un flusso vitale: non erano più incastri, pazienti opere di carpenteria, ma strani fiori esotici come provenienti dalla vegetazione di un altro pianeta, o animali mostruosi nati dagli incroci più imprevedibili ed arditi. A rivedere le tele di quel periodo con l'informazione di cui disponiamo oggi, vien fatto di accostarle alla magistrale convivenza Che appunto, tra il cubismo picassiano e un'urgenza vitalistica sempre più prorompente, aveva saputo attuare Gorky attorno agli anni '30. Ma il precedente culturale da invocare nel caso di Raccagni (non potendosi neppur pensare a un qualche contatto con l'artista armeno, allora da noi del tutto sconosciuto) sarà quello ben più accessibile della "metafisica" nostrana: palesi i ricordi, le derivazioni da De Chirico; da un De Chirico però alleggerito, reso più mobile, più aereo. E' certo comunque che l'attuale fase di revival di tutto un patrimonio di immagini surrealiste dovrebbe esser in grado di gettar sguardi molto interessati a quel periodo del Nostro.
Poi l'impulso vitalistico è andato ingrossandosi: non più un esile filo di corrente costretto ad aprirsi una strada tra i rigidi ostacoli delle forme geometriche, ma un torrente impetuoso deciso a consistere solo sulle sue forze. Un cambiamento di temi, intervenuto versa il '55, facilita questo più rapido prorompere dell'istanza vitalistica: non più figure a animali favolosi di un mondo onirico, ma i luoghi e i motivi di una natura esplorata da vicino: tralicci di vegetali, siepi, portoni ingrommati, tronchi d'albero.[...]

Ed ecco Ia risposta di Raccagni:

Barilli mi invita ad esprimere le mie opinioni, sulla disputa, pittura-scultura, a cui accenna nella presentazione, che in campo teorico, profondamente ci divide. "Pittura", "scultura", sono termini ormai insufficienti ad esprimere Ia complessità che hanno assunto le nuove espressioni figurative e bisognerà coniarne di più aderenti alle nuove realtà. Se proprio non vogliamo rinunciare a questa terminologia, devo insistere nell'affermare che i miei lavori sono pitture.[...]
Io ritengo che un'arte passa "assimilare", come dice Ia Langer, da un'altra quello che le conviene, per puntualizzarsi, e credo maItre che Ia pittura sia l'arte di esprimersi col calore su una superficie. Non importa se questa superficie è una farina regalare (il quadra) a una farina Libera (il mia dipinto); non imparta se Si svolge su un piano a su diversi piani, se è pittura aformale, geometrica, cinetica; pittura di materia, a corpo, a velatura... Non è esiziale alla sua natura che Ia superficie dipinta sia piana a curva, bifacciale a mista; so-no solo differenze che valgono a distinguere particolari contenuti e significati della pittura. La pittura rimane; è, innanzi tutto, la pittura. La mia pittura sarà, dunque, libera, di materia, su superfici piane e curve, per consentire quella farina specifica, Ia visione che agita il mio sangue. Tra l'altro a dipingo ad olio, queste materie sono paste oleose. perciò affermo che il mio lavoro è ancora, e maggiormente in senso storico, il lavoro di un pittore. Pittore in una nuova accezione, essendo Ia pittura tradizionale armai "lingua morta" per esaurimento contenutistico-tecnica.

Renato Barilli

[Dal Catalogo di Andrea Raccagni
Edizioni Bora]

Andrea Raccagni secondo Vittorio Sgarbi

"Le opere di Raccagni? Frammenti di Apocalisse"
Osteria Grande. E' senza dubbio insolito visitare l'atelier di un artista nel cuore della notte, quantomeno originale, ma è proprio in questo scenario che Vittorio Sgarbi ha voluto incontrare l'opera di Andrea Raccagni, a casa sua, nel suo Capannone a Osteria Grande. Sabato 18 febbraio, in un paese addormentato, silenzioso, celato dalla nebbia che contribuisce ad intimizzare le esperienze, i familiari e alcuni amici estimatori si sono dati appuntamento nel fulcro dell'opera del Maestro, per celebrarne il lavoro e ricordarne la personalità. Tra questi, un ospite illustre: l'onorevole Vittorio Sgarbi.
In una luce surreale, in un clima di calorosa accoglienza, propria della famiglia Raccagni e in particolare di Dea, moglie del Maestro scomparso, Vittorio Sgarbi ha ripercorso le tappe di una produzione artistica lunga una vita, in quello che fu il Tempio dell'arte, il Cosmo creativo di Andrea Racagni: il Capannone.

Onorevole Sgarbi, cosa La lega all'opera di Andra Raccagni?
"Conobbi l'opera di Raccagni da giovanissimo, quando, ventunenne, seguivo a Bologna le lezioni di Storia dell'Arte di Francesco Arcangeli. A distanza di un paio d'anni, nel 1973, visitai la sua mostra a Ferrara, curata dallo stesso Arcangeli. Si sa che l'ultimo scritto del celebre critico fu proprio per Raccagni, ed io, allora suo allievo, trovai la cosa simbolica e commovente al tempo stesso. Questo mi ha portato ad offrire da sempre la mia disponibilità nei confronti di Andrea".

E' quindi venuto a contatto con l'opera di Raccagni a Ferrara, lungi dallo spazio creativo originale. Questa sera, visita per la prima volta il Capannone: qual è l'impatto?
"E' una straordinaria situazione di spazio che lui immaginava come museo. Così come la sua visione della vita".

Come mai è qui questa sera?
"Purtroppo la mia disponibilità nei suoi confronti, in vita non si è realizzata. Si realizza ora, a distanza di 30 anni. Non occuparsene prima è stata una colpa di omissione".

Vittorio Sgarbi curerà l'allestimento e la presentazione della personale dell'artista, la cui inaugurazione è prevista per il prossimo aprile a Villa Morosini, a Polesella, Rovigo, con la preziosa e imprescindibile collaborazione dell'Ingegner Zerbinati.