Ernesto Angelo Ubertiello

Critica

ERNESTO ANGELO UBERTIELLO
La pittura levigata e rarefatta del maestro Ubertiello in realtà nasconde un grande inganno: dietro i suoi paesaggi di campagna, le marine o gli scorci delle città, non c’è solo quello che il nostro occhio vede e in altre parole la presentazione di un momento, ma di fatto, osservando meglio i colori stemperati, le pennellate levigate ed impercettibili, la quiete che emanano le sue tele, tutto ci sollecita pensieri e riflessioni che portano direttamente al perché della vita, indagando nel nostro intimo sino al subconscio. La sua non è una mera rappresentazione fotografica della realtà e non è corretto definirla solo pittura iperrealista.Nelle sue tele il maestro non si limita a rappresentare ciò che vede, ma le immagini sono filtrate dai ricordi e dalle emozioni di una vita vissuta e amata in ogni suo attimo.L’amore per la vita che ci circonda è la musa ispiratrice dell’artista che diventa protagonista della sua pittura, restituendoci quiete e tranquillità, come se si volesse in un certo qual modo fermare il tempo e vivere il passato iniziando un viaggio che porta ciascuno di noi ad indagare nel proprio vissuto.Citando M. Duchamp potremmo quindi affermare che l’arte di Ubertiello non si ferma a stimolare il nervo ottico, ma arriva direttamente al nostro cuore, alla nostra anima e in questo senso è arte pura.

Luca Bagnoli

[Dal catalogo "Momenti Di Vita Quotidiana", Un aiuto X "AutAut", Sassuolo 2008]

Il respiro della terra

Nella campagna, tra lontananze silenziose e cieli vastissimi con tracce di nuvole; oppure marine azzurre, con rapidi episodi di vita, echi di memorie, frammenti di materia sparsi casualmente tra la sabbia. Sono i trittici di Ubertiello, un artista che utilizza la perfezione di un occhio fotografico attento a catturare la realtà, per poi esprimerla in composizioni dove il particolare emerge con sapiente e delicato realismo, nell’ambito di un più vasto universo in cui si evoca la memoria di lontane stagioni e di emozioni dissolte nel trepido segno di un colore quasi sempre discreto, raramente acceso, tenuto su un tono basso di liricità e di silenzio. Il trittico, nella pittura di questo artista, vuoi essere un racconto di sensazioni che si snodano attraverso momenti tra loro successivi e tuttavia non avulsi da una loro omogenea unitarietà, raccontati con una rara capacità di esecuzione, che potrebbe essere interpretata come iperrealismo, ma dove l’occhio attento e la mano sicura nel disegnare il particolare o l'insieme eseguono un racconto di cose non soltanto viste, e quindi non freddamente delineate nella loro dettagliata particolarità, ma sentite. vissute, direi anzi arricchite di suggestioni e stupori ineffabili. E questo lo si avverte soprattutto quando egli osserva e quasi con intima e trepidante emozione riscrive con il segno ed il colore la terra padana, le vaste distese di una campagna che evoca il più delle volte la delicata malinconia dell’autunno o la silenziosa solitudine dell’inverno,i rami ripresi nel dettaglio della più lunga ed esaustiva narrazione del trittico, dove la carnosa produzione dei frutti viene allusivamente descritta nel particolare frammento di un rilievo romanico, anche questo compiutamente esposto mediante un’eleganza ed una perfezione formale che testimonia, tra l’altro, l’eccellente capacità manuale dell’artista ed il suo lungo e costante tirocinio con il disegno. Questa dimestichezza con le forme la si nota in tutti i dipinti di Ubertiello, ma la perfezione del segno e del particolare viene calata in un’atmosfera che quasi trasforma l’oggetto, il quale non si rappresenta più come tale, ma evoca memorie, schiude echi o silenzi nelle linee che si dissolvono nel paesaggio, allude a misteri che si nascondono tra l'intrico dei rami o nei brivido delle onde di un frammento marino. Ecco un modo originale e diverso per riprendere e maneggiare il figurativo, esaltando non la realtà come pretesto per esibire l’apparenza, ma per esporre un trepido quanto insistente racconto interiore. Ed in questo senso la pittura di Ubertiello, che sembra di facile immediatezza, diventa difficile e sottile pur nella sua apparente semplicità, in quanto porta la visione ad un tipo di lettura che si fa interiore, si fa evocativa, e mediante l’immagine ampia delle lontananze o la discreta, appartata collocazione di un frammento, trasforma il colore in poesia, successione di fotogrammi pervasi di significati, che è quanto mai difficile rappresentare: capacità rara, che denota il vero artista, come ci sembra che sia l’autore dei dipinti dei quali qui si è cercato di tradurre in parole ciò che le immagini molto più compiutamente sanno e possono dire.

Gian Luigi Zucchini

[Testo fornito dall'autore]

I trittici di Ubertiello suscitano due principali sensazioni: un maestoso silenzio che ci induce a riflettere ed un grande lirismo. Niente turba il profondo e misterioso senso poetico emanato dalla realtà. I colori, spesso tenui e delicati, stimolano una velata tranquilla melanconia; le pennellate si susseguono con misurata delicatezza e calma, creando così, a poco a poco, una realtà quasi fotografica che diventa viva senza aggredirci e ci avvolge fino a divenirne inconsapevolmente parte.
I quadri di Ubertiello ci portano a trovare risposte ad antiche domande, ad interrogativi amletici: il passato, il futuro, il perché della vita...
Il pittore, infatti non ci propone una determinata realtà, ma con l’uso dei trittici ci suggerisce meditazioni e pensieri. Perché usa il trittico? Forse per esprimere meglio non un’emozione, ma un pensiero, un aspetto del nostro problematico vivere. La vita che pulsa nei campi con il suo ritmo vitale e la intuita presenza dell’uomo sia nella casa con il lenzuolo alla finestra che nel muro sgretolato, testimonianza di un abbandono, o nelle finestre spalancate, preludio ad un quotidiano vissuto, ed ancora nel secchiello abbandonato, stimolo ad un ricordo infantile.., tutto sollecita pensieri, collegamenti e riflessioni sull’uomo e al suo rapporto con la natura.
La realtà proposta da Ubertiello diventa metafisica in quanto propone una traccia verso la profondità del pensiero al nostro intimo lo, al subconscio. Essa è rivisitata con sensibile liricità e le tele diventano anche stimolo al ricordo di versi di alcuni poeti come Pascoli, Leopardi o lirici orientali e reminiscenze di musiche di Ravel, Smetana, Borodin, ecc...
Il ritmo tra forme e spazi, fra linee e colori, tra andamenti orizzontali e verticali, tra luci ed ombre è costante e crea, nell’insieme, un’artistica armonia quasi fotografica.
La fotografia si sostituì alla pittura in quanto fermava un attimo reale di vita mentre nei trittici di Ubertiello è l’immagine che suggerisce meditazioni sulla vita, quindi una ricerca esistenziale. La sua non è quindi una pittura fotografica, ma una proposta per un viaggio, attraverso la realtà del paesaggio, verso la scoperta del perché della vicenda umana, dell’esistenza di ognuno.

Adriana Sebastiani

[Testo fornito dall'autore]