Stefano Bombardieri

Critica

Benvenuti a Gardaland. Pardon, a Bombardieriland. Stefano Bombardieri, il Grande Burattinaio di quello strano, anzi stranissimo, e bizzarro, e pressoché inedito, e inesausto, fantasmagorico e strabiliante parco giochi di cui solo lui conosce regole e motivazioni, avrebbe voluto che io non pronunciassi mai quella parola. Gardaland. Oh, Gardaland! Gardaland, o cara. lo, invece, ho da pronunciarla, e mi si seccasse la lingua — e la penna, o se preferite ancora il mouse — se non lo farà ogni volta che vedrà comparirmi davanti all’improvviso, come una misteriosa apparizione, una sua scultura — rinoceronte appeso, o balena, o macchina da scrivere, o bagaglio da viaggio comprensivo appunto di rinoceronte, o rinoceronte-divano, o cartello a forma di bocca che sia. Già, perché di Gardaland, il Bombardieri conosce ogni anfratto e ogni segreto. Di Gardaland, il Bombardieri è figlio naturale — lì ha fatto la sua accademia, il suo apprendistato, la sua scuola dell’obbligo. Gardaland è, che gli piaccia o no, al contempo la sua bottega artigiana e il suo romanzo di formazione.
Lì, a Gardaland, ancora giovanissimo, il Bombardieri ha lavorato, vissuto, sudato, amato forse, e sofferto, e scoperto e imparato, uno a uno, tutti i trucchi del mestiere, come costruir balene e rinoceronti e mostri marini o fantastici o preistorici o quant’altro serve allo spettacolo del divertimento quotidiano. E perciò, di Gardaland, il Bombardieri di oggi, il Bombardieri artista, quello appunto che costruisce gigantesche balene tirate da minuscole bambine (versione gardalandiana e contemporanea del mito di Davide e Golia, dove Golia, però, sono i nostri pesantissimi bagagli infantili, le nostre paure, e i nostri desideri, che ci trasciniamo fatalmente, consapevolmente o meno, lungo tutta l’età adulta), e rinoceronti appesi, e lottatori di sumo, e immensi bagagli da viaggio in stile africano tra i quali spicca, come in una scena di un qualche improbabile film comico - quando non di un folle cartone animato -, di Gardaland, dicevo, il Bombardieri artista è appunto il figlio naturale, l’erede, e l’ambasciatore, anche se non Io sa — ma per fortuna ci siamo noi critici, il cui mestiere è, fino a prova contraria, l’indicare agli artisti ciò che si ostinano a non voler vedere.
Per comprendere ciò che Bombardieri vuole dirci, dunque, con i suoi rinoceronti e le sue buffe macchine da scrivere in serie su eleganti gambette in vetroresina, si deve per prima cosa pagare l’ideale biglietto d’ingresso per quello strano posto che è Bombardieriland, il luogo delle contromeraviglie, dove niente è ciò che sembra, dove lo spettacolo segue regole tutte sue anziché quelle codificate, e tutto sommato prevedibili (benché spesso straordinariamente azzeccate), dal grande business dell’attuale consumismo infantile, e i rinoceronti stanno appesi sui tetti delle macchine o schiacciati dentro a scatolette di sardine.
A Bombardieriland, i cartelli parlano, e per capire quel che dicono va innanzitutto imparata la lettura labiale, quella dei sordi, quindi compreso quel che i medesimi cartelli dicono (“torno”), e in seguito, solo in seguito, si potrà cominciare a ragionare sul nonsense di un’insegna che parla per dire ciò che non potrà mai fare: tornare, appunto. Da dove, e quando? Nulla e nessuno potranno mai tornare su quel sentiero misterioso, lì a Bombardieriland, per metà Cartoonia e per metà newdada, un sentiero dove Walt Disney s’incontra con le montagne parlanti di Vim Delvoye, e dove nessuno mai costruirà un’insegna per dire a qualcun altro che tornerà, non si sa quando né da dove (e ci si aspetterebbe quasi, all’improvviso, di veder spuntare lassù in cielo un piccolo aereo da diporto, che trascina una cartello con su scritto: “subito”; oppure: “ti aspetto”). A Bombardieriland, i calciobalilla sono chiusi dentro scatole sigillate, e le partite vanno giocate necessariamente “al buio” (metafora perfetta, in fondo, della grande partita della vita, che noi tutti, pur credendo di dominare con la ragione e l’ambizione, giochiamo fatalmente, e inevitabilmente, al buio). A Bombardieriland, gli specchi sono monouso (chi si ferma a guardarsi è spacciato), i divani hanno le corna, i camion cadono dal cielo e i cucchiai sono bucati, come i celebri forconi con cui spalare l’acqua dall’oceano... A Bombardieriland nulla è ciò che sembra, la regola è sempre anche il suo contrario, e il pensiero è stimolato dalla forza eccezionale dei cortocircuiti della visione.
Stefano Bombardieri, grande giocoliere dei ragionamenti impossibili, ha imparato che, nella vita come nell’arte, la forza comunicativa dello spettacolo (ciò che regola ormai ogni istante della nostra esistenza quotidiana) va mediata con la critica del pensiero lineare, si tratti di innescar ragionamenti sul tempo, sulla vita, sullo spazio o sulla memoria individuale o collettiva; e che per portare gli spettatori, o i fruitori, a meravigliarsi, a divertirsi, a stupirsi, ma anche a ragionare sulle cose apparentemente banali della nostra vita quotidiana, va unito rigore intellettuale e passione, ragionamento e spettacolarizzazione, pensiero critico e giocosità, stile e grande sapienza artigianale.

Alessandro Riva

[Dal catalogo della mostra "Bombardieriland" febbraio-marzo 2006]