George Lilanga

Critica

Il colore, l'allegria, un mondo fantastico e divertente, pulsante di Africa, ecco le prime impressioni guardando un'opera di questo artista. George Lilanga riporta nell'arte la sua Tanzania, tutto il sapore tribale, l'atmosfera delle popolazioni nere, il movimento sanguigno e aggregante delle danze africane. La visione d'insieme è idealmente accompagnata da suoni e canti locali: le figure sembrano muoversi al ritmo del Likuti (il tamburo africano emblema della danza Mapico)e le loro attività quotidiane vengono svolte in un mondo virtuale, confuso ma sincronizzato. I protagonisti sono delle sottili e gommose rappresentazioni allegoriche e cartonate della specie umana. Hanno spesso labbra sporgenti, due gambe, due braccia e indossano abiti tipicamente africani ma il loro improbabile contorsionismo, la sproporzione degli arti, lo spazio completamente riempito di colori fortissimi e figure non ben identificate trasportano lo spettatore disorientato in un mondo extra-ordinario, in un'atmosfera bonariamente aliena, circense e festosa. La cultura tradizionale africana è pregna di favole tramandate di padre in figlio, storie di stregoni, danze e comportamenti scaramantici: l'arte di Lilanga non può trascendere da questi aspetti, li ingloba e li assimila. Si potrebbe facilmente pensare che l'immagine ritratta sia quella di una storia di stregoneria africana sognata o raccontata ad un bambino. D'altra parte l'infanzia di questo artista è africana nella sua essenza più completa, la sua formazione didattica è autonoma e sempre calata nella realtà africana e in Tanzania, dove ha sempre vissuto. La sua prima passione, l'arte come realizzazione scultorea, viene eseguita rigorosamente secondo le tradizioni Makonde fino al 1972 quando, dopo la diagnosi di diabete, si dedica alla pittura rivelando anche in questo campo il suo genio artistico. A partire dalla fine degli anni '70, Lilanga ha conosciuto una critica molto favorevole ed è stato apprezzato in molte parti del mondo tra cui USA, Austria, Francia e Giappone. Nonostante le difficoltà fisiche dovute ad una grave malattia diabetica e alle complicanze che l'hanno costretto all'amputazione di entrambi gli arti inferiori, l'artista non ha mai perso lo stimolo creativo e, servendosi dell'aiuto fisico di alcuni assistenti, non ha mai abbandonato la sua coloratissima arte. Nell'ambiente artistico Lilanga è conosciuto anche come il "Picasso d'Africa", soprannome che sta ad indicare la sue enorme potenzialità comunicativa e la sua capacità di utilizzare figure, dall'apparenza aliena e scomposta, mantenendo la familiarità dovuta alla riconoscibilità della specie umana e delle altrettanto umane sensazioni. Sono molte le influenze che si potrebbero intravedere in questo tipo di arte: le presenze filamentose, sospese disposte a cerchio mentre sembrano danzare movimenti enfatici e spirituali, ricordano le figure della "Danza" di Matisse. Ma se Matisse astrae i suoi protagonisti in una sovrastruttura sterile e incontaminata, Lilanga li cala nella confusione di un mondo bombardato di colore e di attività. Un altro riferimento si potrebbe fare a Kate Haring e al graffitismo, agli omini resi cartoni animati in movimento. Ma se Kate Haring disegna gli omini come stereotipi, una sorta di proporzionati pupazzi mossi da una forza a loro estranea, Lilanga dona alle sue figure un'identità rivelata da forti espressioni, sguardi e sorrisi: paradossalmente sembrano più umani, indossano vestiti, hanno occhi, orecchie e sentimenti. L'autonomia espressiva di questo artista è affermata e la sua arte è riconoscibile. E' affascinante come questo artista immerso nella povertà, nella miseria, nella difficoltà data dalla mancanza di strutture e servizi, nella ristrettezza materiale, calato in distese di spazi non civilizzati, riesca a comunicare il suo messaggio positivo e gioioso attraverso uno spazio completamente riempito di figure umane e geometriche che si impongono e conquistano il loro posto tra numerosi, sgargianti e violenti colori che si urtano a vicenda. In ogni caso non si perde il sapore etnico e tribale di un messaggio spirituale positivo. Il vuoto della semplicità di una vita difficile e ristretta si tramuta in una spiritualità e in un messaggio ricolmo di positività, spontaneità e ricchezza.

Michela Danzi

GEORGES LILANGA è considerato il genio assoluto della pittura swahili. Fin dagli anni '60 ha sviluppato una sorta di "logo" costituito da figure che sono "cartoon" in continuo movimento, senza dubbio affini a quelle create dallo statunitense Keith Haring. La sua pittura surrealista ha certamente anticipato la corrente graffitista. L'impronta di Lilanga - viaggiatore internazionale totalmente legato alla Tanzania e alla cultura swahili della costa - non è mai statica, bensì è un nuovo straordinario capitolo di una storia infinita che ha come temi conduttori i fatti della vita quotidiana. Il tutto, colto con una grande ironia letteraria che si riflette nei titoli, puntigliosamente apposti dietro ogni opera. Nelle tele e nelle sculture in legno dell'artista c'è grande gioia e una professionalità universalmente riconosciuta.

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Lo snodarsi di corpi infinitamente flessibili è infatti la cifra stilistica della scultura Makonde. I motivi che legano Lilanga all'iconografia tradizionale dei Makonde ed alla loro cultura sono naturalmente innumerevoli. Scrive André Magnin: "Il lavoro di Lilanga individua e unisce gli aspetti collettivi della danza Mapico, l'universo degli Shetani (spiriti indifferentemente buoni o cattivi, che possono rappresentare tanto le qualità che i difetti umani, tanto le celebrazioni che i conflitti) ed il simbolismo Ujamaa (che riflette la solidarietà e la coesione umana)". Ma se la scultura Makonde tradizionale operava spiccate e violente deformazioni fisiognomiche legate a rituali societari, Lilanga invece le declina in un nuovo linguaggio più appetibile ad un pubblico vario ed imprecisato, fondamentalmente diverso da quello tribale. Il passaggio dalla scultura alla pittura poi scioglie definitivamente quell'oggettivazione del simbolo che esisteva invece nella scultura tradizionale e concede all'artista maggiori spazi di autonomia. Se si vuole, Lilanga porta a compimento il processo di desacralizzazione dell'arte Makonde, pur continuando ad utilizzarne il complicato Pantheon. Trasposto in pittura, lo scatenato universo Makonde assume tutt'un altro impatto e pertanto diversi significati. E' la rappresentazione della nuova Africa, di una comunità che si incontra, che parla, che agisce. Trasposto in pittura l'universo di Lilanga diventa un mondo tout court.

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L’immaginario mondo di Lilanga risulta popolato da una moltitudine di personaggi che sembrano usciti dai cartoni animati, ma che in realtà non sono poi tanto diversi dagli uomini. Nonostante abbiano solo tre dita nel piede e solitamente due dita nelle mani, con labbra allungate che ricordano quelle delle donne Makonde più tradizionali (solite mettersi un piccolo anello di legno nel labbro superiore) e con delle grandi orecchie, per il resto il loro corpo può tranquillamente considerarsi quello di un essere umano. Gli alieni di Lilanga sono più simpatici che terribili e sono rappresentati nel momento del massimo divertimento come dei piccoli folletti, ritratti nelle situazioni quotidiane della vita in Africa.[...]

[Missionari D'africa]