Andrea Chiesi

Critica

5 domande ad Andrea Chiesi

D. I mondi che dipingi nascono dall’osservazione diretta, ma poi diventano un’altra cosa rispetto allo studio della realtà. Come funziona la trasformazione?
R. Prima di tutto i luoghi vengono fotografati. E’ necessario che io viva il luogo, e vivendolo si genera una trasformazione, che avviene su un doppio binario: una trasformazione di testa e una di pancia. Insomma c’è un’analisi cerebrale e una passionale, ed è in questo modo che diventano luoghi miei. Arrivati al momento di dipingere, la trasformazione avviene a volte per sottrazione, a volte per complicazione.

D. Nelle tue opere c’è una notevole tensione tra la disciplina e l’abbandono. La stessa tecnica che usi deve aver richiesto un notevole controllo. Ma come vivi l’atto creativo? E’ più un lasciarsi andare o un mettere ordine tra suggestioni architettoniche, musicali..
R. E’ entrambe le cose. L’abbandono riguarda come dicevo il farsi rapire a un livello profondo, emozionale, oltre che a quello cerebrale. E questo succede durante l’incontro/scontro col soggetto della pittura. La disciplina invece riguarda la pratica pittorica.

D. Come sei arrivato a sintetizzare i pochi colori che stanno sulla tua tavolozza?
R. Sono i miei colori. Nel proprio percorso, alla fine, un artista trova il suo modo di vedere il mondo. Quelli che uso io rappresentano il modo in cui sono sempre stato.

D. Le persone che hanno creato le architetture dei quadri dove sono finite?
R. Qualche volta ho trattato dei soggetti architettonici importanti, come il Palazzo di Giustizia di Marcello Piacentini. Ma è vero che più spesso mi facico ispirare da strutture anonime. Sono strutture magari legate a specifiche produzioni, e io le colgo nel momento in cui cessano di essere produttive. Intervengo su edifici progettati da ingegneri che rimangono del tutto anonimi.

D. “Riconveritre i luoghi” è il titolo del catalogo della tua ultima mostra “Kryptoi”, nella galleria Corsoveneziaotto di Milano, che apre il 14 febbraio 2008. Hai quindi deciso di indagare anche le trasformazioni successive all’abbandono dell’uso delle infrastrutture industriali?
R. Mah, sai, la vera ricerca intorno all’archeologia industriale spetta ad architetti e urbanisti. Anche se la mia storia mi ha portato in quella direzione, il mio intento non è la mappatura dei relitti industriali. Io sono e resto un pittore, e ho lo sguardo di un pittore, addirittura con un afflato romantico. Le suggestioni sociologiche ed urbanistiche restano elementi esterni. Scelgo dei luoghi dell’anima perché mi interessa una ricerca spirituale di redenzione. Quindi soggetti di tipo nuovo rispondono all’esigenza di un’indagine molto più ampia rispetto alla sola archeologia industriale. E in effetti ora sto cominciando a dipingere anche ambienti domestici.

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