Pina Inferrera

Critica

Nell’habitat naturale le fotografie di Pina Inferrera trovano il contesto che meglio rappresenta la doppia anima della sua espressione artistica. In queste immagini la decontestualizzazione del soggetto, che induce ad una dimensione quasi surreale, al limite della verosomiglianza con la realtà, convive con l’apertura sullo scenario malinconico di una natura deturpata.
Frammenti di paesaggio, colti nella sintesi visiva che stringe il campo su una serie di tronchi d’albero spezzati, inducono all’osservazione degli “oggetti naturali” come uno spazio elaborato inconsciamente, uno spazio in cui l’immaginazione può perdersi ed arricchirsi di nuove ed inaspettate forme. In questi scatti, le radici degli alberi estirpati dalla terra sono colti nella loro essenza più scarna, tanto da ridurne la materia in linee e segmenti che vivono una vita propria aldilà dell’ambiente in cui si trovano. Il loro intrecciarsi o protendere verso la terra, o verso lo specchio d’acqua di un fiume, comunicano, così, una sensazione che nasce con la percezione del movimento, sempre interno ed autonomo dei soggetti.
Ciò non può, tuttavia, indurre a pensare le fotografie di Pina Inferrera come una fuga dalla realtà. Si tratterebbe di limitare le potenzialità comunicative di queste fotografie dove lo sguardo dell’autrice si allarga al paesaggio che la circonda, fino a coglierne la dimensione non solo evocativa ma anche e inaspettatamente decadente.
Quelli di Pina Inferrera sono ritratti di bellezze naturali ambigue, rovinate dall’uomo e tuttavia fruibili. Nei riflessi d’acqua e nei colori appena accennati di alghe, fiori e muschi mostrano l’apparentemente incontaminato come il mero risultato della mancanza, di fatto momentanea, di presenze umane.
In questa prospettiva, il doppio livello di lettura cui è possibile riferirsi, nella comprensione degli scatti di Pina Inferrera, nasce con la consapevolezza dell’artista di raccontare un segmento di realtà imprescindibilmente da ciò che essa può evocare. Il paesaggio desolato diventa allora il pretesto di una critica sul presente o di un’intuizione futura, sull’onda di percezioni oniriche aldilà di ogni contesto di riferimento.

Denis Curti

[Catalogo Mostra "Come Raggiungerti".]

Nel silenzio

Il lavoro di Pina Inferrera si connota per una profonda e continua attrazione per la natura; un’attrazione che si traduce in vibrazione emotiva, in relazione empatica e in esperienza esistenziale.
Per lei la natura è luogo e materiale, e comprende l'uomo; è contemporaneamente dentro e fuori l'individuo. Anche per questo, tra l’uomo e la natura, Inferrera ravvisa un rapporto di profonda rispondenza.
La sua riflessione ha riguardato, negli anni, paesaggio naturale e artificiale, il regno del nato e il regno del prodotto.
Ma negli ultimi anni la sua attenzione si è andata concentrando su un luogo in particolare: gli argini di un lago montano in cui, in passato, un bosco si protendeva sino all’acqua. Questo lembo di terra poco frequentato è stato, un tempo, teatro di una drammatica aggressione; ancora oggi porta in sé la traccia sedimentata della violenza: è infatti disseminato di tronchi d’albero mozzati, sradicati.
Eppure, lungi dall’arrendersi alla desertificazione, vive.
I grandi tronchi non sono le uniche presenze ad abitarlo.
Le sponde si trovano alternativamente al di sopra o al di sotto del livello dell’acqua; la quale, ritirandosi, vi disegna una serie di cerchi concentrici e lascia sulla terra una quantità di alghe che si presentano, di volta in volta, vive o già irrigidite, bruciate dal freddo o coperte di neve; mentre licheni di ogni colore proliferano in una perenne metamorfosi. Così, mentre le montagne si riflettono sullo specchio d'acqua, una delicata cortina rosa o bianca, o verde, sembra velare il terreno circostante.
A ogni cambio di stagione lo scenario si rinnova. Mentre i tronchi restano; feriti e mutilati, ma non ripiegati in sé; sembra anzi che possano, malgrado tutto, continuare a vivere. Le loro forme rinviano a corpi umani, le loro estremità sono fluide e prensili: si protendono, si abbracciano, avviluppano un sasso con le radici o sembrano avanzare a passo di danza, quasi fossero animate di movimento proprio.
La loro presenza di chimere, la loro straordinaria capacità di persistenza e il loro carattere di elementi attivi all’interno di un paesaggio già di per sé cangiante e ad ogni momento  unico, conferiscono al luogo un’atmosfera interiore e un carattere onirico.
Remota, intensa, lunare, questa sorta di terra incognita è diventata, per Inferrera, una tappa irrinunciabile: un luogo di raccoglimento, di scoperta e d’incontro; una riserva di vita e di mistero capace di mantenere nel tempo il proprio enigma e la propria forza di attrazione.
Profondamente coinvolta nei confronti dell’ambiente e degli elementi naturali, attirata dalle forme, dalle posizioni evocative dei tronchi, dalla loro autonoma forza espressiva e dal loro potenziale simbolico, l’artista esprime un desiderio fusionale e un rapporto di feconda proiezione interpretandone le forme e attribuendo loro fantastiche personalità.
Qui, immersa in una dimensione di emozionale compartecipazione, Inferrera può prendere le distanze dal vocìo, dal gesticolìo, dall’emergenza permanente; qui, in questo luogo disertato dall’uomo, ma capace di rinnovarsi continuamente, può trovare un silenzio e una corrispondenza interiore che da sempre ricerca.

Gabi Scardi

[Dal libro "Nel Silenzio" edz. Campanotto]

Come rendere visibile l'invisibile

I testi critici che accompagnano il percorso fotografico di Pina Inferrera, sono tutti di alto livello e penetrano nelle immagini per arrivare fino all'anima di chi le ha create.
Come non essere d'accordo con Denis Curti, il quale afferma che la dimensione surreale delle sue opere convive con uno scenario malinconico di una natura deturpata o con quello che, a sua volta, esalta Maria Cilena Sanguini, cioè, la solitudine e la grandezza. Come, altresì, non condividere i concetti del critico Roberto Mutti che evoca il silenzio e la melanconia e con Giorgio Bonomi che si domanda quale sia la realtà vera o quella apparente. Ed infine non si può non essere d'accordo su quanto sostiene Angela Madesani nel testo“camminando verso se stessa”, che individua nelle opere di Pina Inferrera un cammino introspettivo verso la scoperta di se stessa attraverso la scoperta dell'altro e questo in totale simbiosi con la natura da un lato e con l'uomo dall'altro.
Gli elementi individuati e saggiamente descritti sono tanti e tutti validi, tutti appropriati alla poetica messa in atto da Pina Inferrera. I riferimenti artistici non mancano, dall'arte povera ad esempio, con Piero Gilardi e Penone, a Fluxus con l'indole ecologista di Merz e Beuys. Per non parlare dei collegamenti con la fotografia contemporanea, si possono citare la berlinese Giselle Freund ed i suoi “arbres petrifies”, l'olandese Anna Pisula Mandziej e le sue piante del deserto ed infine, la ceca Jitka Hanzlova che con la serie “Forest” ridà volto alla foresta, fotografandola in solitudine e ritrae alberi, rami, radure nel tentativo di ritrovare le proprie e le nostre radici.
Quello che più mi ha colpito e che caratterizza quasi tutti i testi critici è il riferimento ad un ipotetico dualismo: tra realtà e apparenza, tra silenzio e melanconia, tra introspezione ed estroversione, tra solitudine e grandezza. Mi sono chiesto se tutto questo fa parte di Pina, e se anche in lei può esserci un dualismo. Mi affascina immaginare Pina mentre va alla ricerca dei suoi soggetti, mentre percorre le sue terre apparentemente morte, mentre mette a fuoco l'anima dei tronchi, mentre come un magico folletto indora i suoi stagni ed i suoi ruscelli, credo che Pina, in questi momenti, proprio quando riesce ad immedesimarsi e poi ad inquadrare questo mondo dimenticato, l'altro mondo, quello invisibile, lei veramente ritrovi se stessa... ecco che di nuovo si riaffaccia il dualismo.

Sandro Orlandi

La Bellezza Sospesa tra Visione e Realtà

...profondamente attratta dal relitto, dal corpo residuale, dal reperto, sia esso ascrivibile alla Natura o all’Industria, è un’artista che si connota come esteticamente e politicamente sensibile ad un’etica del recupero. Dopo una fase di messa in opera di grandi installazioni di ordine plastico, a partire dal Duemila l’artista si orienta verso la fotografia digitale, su carta baritata, dai forti contrasti luministici e dai colori saturi, verso video ritmati acusticamente su risonanze organiche o astratte, verso magiche scatole retro-illuminate che rappresentano la proiezione della sua visione di un mondo incontaminato, dalle seduzioni fossili. La sua fascinazione per la mobilità e iridescenza dell’acqua diventa metafora e specchio di un’identità sdoppiata e rifratta nella luce. Il suo magnetico video Mutae Mutabilis, il cui sonoro alterna percussioni ritmiche ad effetti di respiro e battito cardiaco, scorre sul monitor come l’animazione eterea di un acquarello fluido e delicato. Di fronte al paesaggio naturale l’artista si fa tramite di una condizione di estasi onirica che, da una parte le fa scorgere nelle radici divelte, nei tronchi d’albero mozzati e stroncati da fulmini e vortici d’aria di irrefrenabile potenza, un mondo antropomorfo in cui riconosce l’individuo e la coppia, la famiglia e l’alterità, dall’altra la induce a proiettarvi, come su uno schermo sensibile, i propri fantasmi, il proprio doppio.
Intorno al lago di montagna Gosausee, specchio stregato e immobile, coronato da cime innevate, circondato da tracce di mutazioni organiche e cromatiche su alghe e radici, Pina Inferrera riprende scenari di una plasticità inaudita, tra il surreale e l’iperreale. rinvianti al suo passato scultoreo. Lame affilate di luce, ombre lunghe, banchi improvvisi di nebbia, pellicole di ghiaccio dischiudono, ai margini del bosco, uno scenario incantato, sublime e orrifico al tempo stesso, in cui appare e dispare, esile ed evanescente, la figura velata dell’artista: ritratto dorato e immateriale della Bellezza.

Viana Conti

Rerum Natura

La fotografia di paesaggio naturalistico rimanda a un’importante tradizione con cui per molto tempo si sono fatti i conti. Ansel Adams e Edward Weston, per citare due imprescindibili maestri del passato, hanno indicato una strada capace di coniugare la bellezza alla profondità di una riflessione di stampo filosofico interno al concetto stesso di natura.
Gli autori contemporanei, tuttavia, si sono da tempo mossi in direzioni ormai differenti: più che all’analitica e spettacolare precisione per il dettaglio si è preferito puntare su immagini dichiaratamente antiestetiche,all’incanto naturalistico si è contrapposta una riflessione sulla desolazione del paesaggio creata dall’uomo.
Muovendosi in ambito naturalistico ma senza necessariamente condividere o rifiutare queste due opposte tendenze, Pina Inferrera inscrive la sua fotografia in una dimensione dominata da atmosfere oniriche.
A un primo sguardo, i suoi potrebbero apparire paesaggi di una terra desolata: anche dal punto di vista simbolico, le dominanti fredde dei colori che caratterizzano le fotografie e l’obiettivo che si posa sui tronchi tagliati e sulle rive deserte lambite dall’acqua sembrano voler evocare il silenzio, la solitudine,forse la melanconia. Ma è a un’osservazione più attenta che tutto meglio si rivela. I ceppi tagliati degli alberi non sono morti ma attraversati da un’insospettabile vitalità: le radici si muovono come volessero artigliare la terra, muoversi su di essa con zampe che ghermiscono pietre, tendersi in improvvisi slanci simili a passi di danza. Pina Inferrera si allontana per osservare il lago con una visione più ampia, ora sembra spiarlo attraverso i rami di alberi rinsecchiti su cui danzano al vento le ultime foglie rimaste, ora si ferma incantata di fronte all’immagine riflessa della montagna che galleggia sull’acqua. Il paesaggio cambia impercettibilmente sotto i nostri occhi, alterna toni freddi e caldi, il grigio cenere di certi particolari al verde ancora vivace di altri.
Poi, improvvisamente, tutto si fa più impercettibile, diafano, leggero.
L’acqua è attraversata da vibrazioni e, lontana, appare una misteriosa figura femminile a ricordarci i miti con cui gli antichi tentavano di spiegare il mistero della natura che oggi la fotografia sa evocare.

Roberto Mutti