Andrea Grosso Ciponte

Critica

Le tele di Andrea Grosso Ciponte mi appaiono come tante Polaroid.
Istantanee, scatti che immortalano volti, espressioni, mode, atteggiamenti.
Una galleria di umanità che sembra uscita dai B-movies americani, ma che in realtà ci parla non di fiction ma di vita vera.
Immagini di giovani uomini e donne, la cui età potrebbe spaziare dall'adolescenza alla maturità adulta, che in alcuni casi si rivolgono con lo sguardo allo spettatore come se guardassero, con sfrontatezza e lascivia insieme, dentro l'obiettivo di una fotocamera.
Sono fotogrammi che esprimono, con assoluta disillusione, il disagio di una generazione giovane e attuale, che non ha paura o alcun tipo di inibizione o reverenziale pudore a mostrare la sua nudità (fisica e psicologica), i suoi vizi, i suoi atteggiamenti provocatori, quasi morbosi, con l'irriverenza di chi sente di aver già vissuto e sperimentato tutto ciò che la vita ha da offrire.
Le inquadrature ruotate e scomposte, i tagli di luce diagonali e radenti concorrono ad evidenziare la plasticità e le pose maliziose e contorte dei diversi personaggi, che, si manifestano in una quotidianità irreale, fatta di situazioni plausibili, ma volutamente esasperate, anche da una pittura fatta di pennellate dense e cromaticamente ricche, che in alcuni casi appaiono sommarie.
I contorni sfuocati di ambienti e persone, la sensazione che chi sta riprendendo/ritraendo guardi il soggetto attraverso il fumo di una sigaretta o con l'occhio annebbiato dai postumi dell'alcool, accentuano ancora di più il “male di vivere” dei protagonisti dei suoi quadri.
Visi, occhi, bocche, corpi dal quale lo spettatore non riesce a sottrarsi, non solo per l'intensità espressiva che comunicano, ma soprattutto per una strana sensazione di “dejavu”, che non riguarda il soggetto raffigurato, ma piuttosto lo stato d'animo enunciato, l'anima messa a nudo, con la quale sentiamo di avere piccoli punti di tangenza (che a volte si trasformano in intersezioni), di cui molto spesso non ammettiamo (o non comprendiamo) l'esistenza.
Lo sguardo di Grosso Ciponte e quello delle sue creature sono una cosa sola: un unico torbido specchio in cui rifletterci e riflettere sulla nostra più umana condizione di uomini e donne del millennio.

Alice Zamberlan

"Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa (...)"

Allen Ginsberg

[Howl]

Dovevo ancora conoscere personalmente Andrea Grosso Ciponte, ma qualcosa nei suoi lavori me lo rendeva familiare. Decisi così di scrivergli e di farmi mandare un piccolo testo di presentazione. Un piccolo testo da inserire nel catalogo.
Nell'attesa della risposta cominciai a guardare attentamente i lavori che avevo a disposizione. Una trentina in tutto. Così, piano piano, si è fatta strada in me una consapevolezza, una nitida visione di ciò che me lo rende così familiare.
C'è una mitologia dominante e chiaramente espressa in tutti i lavori di Ciponte. Una mitologia evocata nei colori, nei tagli e nelle fisionomie scelte dall'autore.
Questa mitologia è la mitologia americana. Ma non il Sogno Americano, l'American Way of Life. No, non è una visione rosea e rassicurante della vita quella che ci viene offerta.
Perchè la mitologia evocata è quella fatta di jazz fumoso, killer faces e sofisticated ladies.
E' la mitologia nata ai margini della città, cresciuta ad alcool e disperazione.
E' la mitologia che satura pagine e pagine di romanzi, dei grandi romanzi americani, e che ha ispirato e continua ad ispirare canzoni.
E' l'altra faccia del sogno americano. La faccia scura.
L'occhio di Ciponte è disilluso. Ci offre visioni di una familiarità sconcertante, perchè conosciamo molto bene le situazioni che ci vengono raccontate. Di fronte a suo lavoro scatta immediatamente una sorta di identificazione, perchè i suoi quadri raccontano, come in un fumetto, storie che abbiamo visto al cinema, che abbiamo letto in un romanzo, che abbiamo canticchiato in doccia. Storie che parlano dei fallimenti e della fatica di vivere che lastricano "la strada" che conduce al sogno americano. The Wrong side of the road .
Andrea Grosso Ciponte è sicuramente un pittore. Un pittore capace, padrone del colore, dotato di tecnica, un pittore sicuramente da seguire. Ma il suo occhio non è pittorico. Il suo occhio è fotografico. I suoi quadri sono dei set fotografici. Le "inquadrature" non sono mai banali, anzi sono sempre studiate per ottenere il massimo dell'effetto plastico. Anche la scelta della luce è accurata. Misurata per esaltare le personalità ritratte. E' una fotografia che si fa pittura e che gioca anche sulle possibilità di "sfocature", di "flou" che la materia pittorica permette.
Spesso le sue tele hanno immagini sfocate, quasi l'autore fosse miope.
In realtà è un artificio, un trucco, messo in atto da Ciponte per farci soffermare sulla scena rappresenta. Per stimolare la nostra attenzione e condurre la nostra ragione ad operare una riflessione su queste scene che sfumano, che vanno fuori fuoco. In buona sostanza Ciponte ci indica che questa miopia è insita alla sostanza stessa rappresentata: il meschino sogno americano.
Un'altra fondamentale componente del suo stile è il fumetto d'autore. Un fumetto che si espande, che va dalle tavole alla tela e viceversa, come nel percorso di molti dei grandi autori di fumetti italiani. In particolare il pensiero corre a Pazienza. Forse perchè entrambi del sud, forse perchè entrambi dominanti dall'urgenza di raccontare. L'urgenza di cogliere rapidamente l'anima del soggetto ritratto. Rapidamente, prima che ci si possa distrarre. Prima che qualcos'altro accada. Prima che tutto svanisca. Rapidamente, con tratti sicuri e con colori caldi.
E' dall'impasto di queste tre componenti che nascono questi lavori così densi e coinvolgenti: la pittura, la fotografia, il fumetto.
Sullo sfondo risuona la musica: il jazz fumoso, le canzoni di Tom Waits, Leonard Cohen e Nick Cave. La musica e la poesia hanno sicuramente un'importanza fondamentale nella sua pittura e nella scelta dei suoi soggetti. Come non vedere in Romeo is bleeding un tributo alla canzone di Waits? E come non leggere nella serie "Killer face" un chiaro riferimento all'immaginario snocciolato da Nick Cave nelle sue canzoni?
Ma la musica e la poesia non fanno solo da sfondo ai lavori di Ciponte. Li riempiono, stratificandovi significati, riferimenti, citazioni, rendendoli più ricchi, densi e "familiari". E' il caso di "Howl" dove oltre alla forza espressiva della tela, riecheggia la poesia di Ginsberg.
A volte questa stratificazione può risultare manieristica, troppo ricercata. Ma la potente e immediata sintonia che si stabilisce con i dipinti di Andrea Grosso Ciponte, mitiga questa prima impressione. E rimane solo la piacevole sensazione di trovarsi a contatto con qualcosa di intimo, di personale, di familiare.

PS. People are strange è il testo che Ciponte mi ha spedito per il catalogo due giorni dopo.

Patrizio Peterlini

People are Strange
"[...] Perchè per me l'unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni traverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno 'Ooohhh!' "

Jack Kerouac

[On the Road]

Io penso ai miei quadri come piccoli racconti, o meglio come appunti evocativi di storie.
Rivendico la possibilità della pittura di essere narrativa.
Queste storie hanno bisogno della complicità dello spettatore, che si ritrova con pochi elementi: un identikitdel personaggio e poco altro; ma, sebbene non creda che nella fisionomia di una persona sia gia scritto tutto, penso ci sia abbastanza materiale per varie storie.
Chiedo lo scatto immaginativo che ci faccia chiedere, ad esempio, chi stiano guardando questi personaggi con lo sguardo spesso "in camera", cosa succeda nello spazio non inquadrato.
Romeo sanguina (Romeo Is Bleeding) ma non si vede la ferita che evidentemente e poco sotto l'inquadratura, ma non voglio rivelarvi troppo.
A volte questi personaggi sono dei millantatori, e non fidatevi quando vi dicono che hanno ucciso un uomo a Reno (the Killer Face). Certo, alcune sono facce in prestito, ma non mi pongo limiti e se ne ho voglia chiamo persino John Coltrane a farmi la colonna sonora...

Per quanto riguarda la pittura il discorso è a parte e viene prima, perchè nasce da un'urgenza (che chiunque dipinge conosce bene) e mi piace definirla così:
La pittura che mi porto addosso è quello che rimane, lo sporco sotto le unghie, il DNA dell'assassino.
Resta addosso come luce su una pellicola impressionata, sovraesposta, ustionata.
Germoglia invadente fino a ricoprirmi come una pianta rampicante. Per poter sopravvivere devo aspettare che si secchi, o devo dargli fuoco.
Ogni tanto salta addosso a quel che vedo come un cane che fa le feste (sporco di fango e tu sei vestito elegante).
Il frutto di questi incontri è quello che rimane sui miei quadri.

Andrea Grosso Ciponte