Shalom

Critica

LA RINASCITA DI PAN
Nell'età arcaica il politeismo era ricondotto essenzialmente ad uno spirito divino unico che coinvolgeva e contemplava in sé ogni componente del reale: il dio Pan. Nei miti di Plutarco si parla del declino dell'Olimpo attraverso una particolare voce che avvisava la fine di quel mondo, la quale recitava: “il dio Pan è morto”.Pan, etimologicamente significa proprio “tutto” e anche la sua figurazione è simbolicamente esplicita in quanto viene immaginato con gambe e corna caprine, zampe irsute e zoccoli, ma con un busto umano e il volto barbuto. Fisicamente è un essere che presenta caratteristiche molto diverse in un unico corpo e simbolicamente diventa l'emblema del tutto.Ciò che l'Arte Povera andava enunciando negli Anni 70 era proprio la stessa voce riportata da Plutarco: il dio Pan è morto, il tutto nell'arte è concluso. Si vedeva la necessita di una pulizia totale, del ritorno a elementi semplici, osservati singolarmente e con rare accezioni artistiche. La visione doveva essere prettamente essenziale.Ecco che, al contrario, all'incirca nello stesso periodo, Shalom opera in un campo creativo del tutto diverso: si assiste in qualche modo alla rinascita di Pan in ambito artistico che viene riconsiderato e mostrato in tutto il suo splendore di colori, oggetti, luci, giochi, materiali e rimandi.Il sistema creativo scelto è quello di un'arte onnisciente, che conosce ogni elemento, ogni sensazione e ogni significato e opera fondendo tutte questi aspetti in un unico corpo fisico.In riferimento alle opere di Shalom si parla spesso, per questo motivo, di Fusion-art ad indicare una tipologia espressiva fondata sul concetto della non-esclusione: la vera libertà, quella tendente all'infinito aritmetico delle possibilità si rende quindi coerente con una tecnica artistica basata sulla moltiplicazione della moltiplicazione. Diventano perciò molteplici i punti di vista, ma anche le materie e le strutture utilizzate; il tempo viene osservato sia dall'esterno, nelle visioni in cui fruitore o artista possono non riconoscersi e sia dall'interno seguendo un principio illustrativo attivo, dinamico, partecipato e coinvolgente. La fusione degli elementi avviene in un modo ordinato che appare quasi naturale: le diverse parti vengono coinvolte in una struttura organica senza forzare l'integrazione delle materie.Oggetti incongrui saldati in strutture illogiche, luci fluorescenti inserite in composizioni complesse, materiali quotidiani e reali vengono accorpati a figure digitali artificiali: qualsiasi elemento, oggetto o immagine sembra trovare il proprio posto in maniera spontanea.L'esperienza di vita e la formazione dell'artista costruiscono un cronotopo che presenta coordinate ben precise: la guerra mondiale, la fuga insieme alla famiglia, l'infanzia senza capricci in Israele hanno favorito e stimolato un bisogno espressivo privo di rinunce e di schemi troppo costretti. Shalom riporta spesso la dichiarazione di Kandinsky per cui l'opera è il prodotto dell'energia di vita dell'artista: l'arte è una necessità irrinunciabile di esprimere tutti propri bisogni e non una scelta cosciente e razionale che presuppone delle esclusioni.Sono in molti ad associare la filosofia artistica di Shalom a quella di Baj, fondatore dell'arte nucleare, un movimento nato nel 1952 basato sull'idea di materia che si trasforma in energia e movimento. Non contemplazione quindi ma posizione attiva e dinamica. In molte opere di Shalom è tangibile quest'energia totale e potente che viene poi rielaborata secondo un'evoluzione personale dell'artista che suggerisce spesso un gioco composto di confusione voluta e studiata, articolato talvolta attraverso una vena ironica e critica. La percezione si concentra sul particolare potere delle “masse”, intese sia come oggetti materiali, secondo un'etimologia astronomica e fisica, sia come collettività umana, secondo una concezione filosofica-romantica. La massa fisica percepita come unica è in realtà il prodotto di una molteplicità di fattori e di oggetti che possono essere riconosciuti singolarmente da qualcuno ma che possono anche essere percepiti come parte costituente, senza rimandi, da qualcun altro. In altre parole l'arte di Shalom è un gioco basato sull'assimilazione delle masse materiche da parte delle masse umane e sulla lettura risultante da un'integrazione di pensieri e ricordi alla vista di un'integrazione di strutture, colori e materie.

Michela Danzi

Gaming in the Name of the Lord
Shalom ha realizzato una serie di opere a sfondo satirico, ispirate alle grandi organizzazioni religiose mondiali, che detengono un fortissimo potere sociale, ma alla fine si possono paragonare ad altre grandi organizzazioni popolari (ad esempio quelle sportive), anch'esse basate su precise regole.
Anche li ci sono le regole della "salvezza", del premio finale in caso di vincita del campionato (il "paradiso"); ci siveste allo stesso modo, utilizzando delle uniformi e ci si riconosce attrevrso i propri colori ed i propri vessilli.
Altri forti punti in comune sono il senso di appartenenza, l'identità comune, che diventa un vero e proprio status. Nelle società contemporanee, purtroppo, sia le organizzazioni religiose, sia quelle sportive, non sono vissute per le loro missioni più "alte", più etiche, per i loro valori veri, ma entrambe diventano una sorta di gioco terribile dove grandi poteri riescono a manipolare le masse.
L'ironia finale è che non ci sono più vincitori, ma solo vinti.

Shalom

[USA]

"[...] Al62 della Seconda Avenue, all'altezza della sesta via, c'è una piccolagalleria incasinata ove sono esposte circa 500 fotografie a colori di operedisponibili, I prezzi sono modestissimi perché si tratta di artisti sconosciutima talvolta interessanti. Per certi aspetti questa galleria, la Emerging Collector,ricorda il piccolo spazio che Iris Clert aprì a Parigi in rue des BeauxArts verso la fine degli anni Cinquanta. Da Iris Clert agli inizi esposero unpo' tutti, da Dubuffet a Jorn, da Arman a Tinguely. Da Iris nel 1958 ebbi, incambio di qualche mio piccolo quadretto, delle scatole nere di Louise Nevelsondivenuta poi la famosissima scultrice che tutti sanno.
La Emerging Collector Gallery offre anche ai clienti un Investment Package compostoda 25 opere di artisti vari al prezzo di 5 mila dollari: 200 dollari a quadro.La galleria ha ora aperto al pubblico una nuova ala, anzi un sotterraneo dettoThe Boiler room, la stanza della caldaia. Qui si tengono piccole mostre personali,e poi ogni Lunedì sera si fa un'asta di quadri di giovani artisti. Prezzobase 25 dollari. A questa somma è stato aggiudicato un quadro di un pittore,tale Jeffrey Derringer, che poi è stato scoperto da qualcuno e ora avràuna mostra assieme a Schnabel e a Keith Haring. La galleria, è una sortadi rigatteria d'arte contemporanea; puoi pescare tra le cianfrusaglie, oppuremettere mano agli scaffali dove i quadri sono stipati l'uno dopo l'altro. Lospazio è piccolo e devi fare attenzione a non inciampare in qualche sculturatutta saldata e puntuta di Linus Hurricane Coraggio, uno scultore che ama ilgioco, la fiamma ossidrica e l'esaltazione permanente. Tutto quel che trovalo salda assieme. Prima di lasciare la galleria, la proprietaria, ChristineDaniel di origine francese, ci mostra un testone enorme da cui promanano sinistribagliori. L'artista è Shalom Neuman, abita lì vicino e decidodi passare dal suo studio.
Shalom Neuman vive in un antro la cui porta d'accesso è decorata da unatesta a struzzo di Fa-Q, ovvero Kevin Wendal. In questa zona del Lower EastSide, al cui confronto l'East Village è Montenapoleone o via Veneto,parecchi sono gli artisti che vivono in tuguri o locali ove sembra passata dapoco la furia della natura o degli uomini. [...] Il nostro Shalom ci fa entrarein uno spazio buio ove, attraverso il brillio di minime luci vaganti, ricostruiamoun po alla volta nella retina alcune figure - mostruose e voluttuose, seducentieppure terrifìcanti. Una sorta di museo degli orrori dove due lesbichetrincano alcol mentre puttane tutte imbrillantate di perline passano sotto alnaso di ragazzotti tipo executive o di uomini deformi. Le luci, i suoni, i rumori,tutto è computerizzato con estrema raffinatezza in mezzo a quel sudiciumedove la vita brilla qui e là assieme alla perversione. Le immagini realizzatea rilievo con inserti oggettuali e vividi colori sono frequentemente punk, eil punk diventa qui qualcosa di profondo e di simbolico, quasi archetipale.Al di là delle stregonerie e degli incubi alla Rosemary's baby, un sensodi apocalisse prevede l'antro, dove a poco a poco, come in un'aurora boreale,torna la luce. Sulle pareti a tutta prima scorgi delle teste simili a mascheretribali, quelle care a Lévi-Strauss, e poi un po' alla volta viene fuoriun altro aspetto di Shalom, quello dell'esperto pittore figurativo con nudidi donna e interni carichi di sensualità. [...]"

Enrico Baj

[Da "Miseri ma belli / Arte poverissima / Visita ai bassifondi di New York", Panorama, 28 Aprile 1987]

"New Yorkè una città contraddittoria: si va dagli splendori della 57a Stradaal degrado dell'East Village, tanto per rimanere a Manhattan. Gli stessi lussie le stesse miserie si leggono nell'esteriorità dell'arte. Eppure lenovità piu interessanti emergono proprio là dove l'indigenza toccai vertici. Ma procediamo con ordine. Intanto alcune gallerie di prestigio hannospinto le raidici a Soho: Leo Castelli e Ilieana Sonnabend, tanto per citaredue nomi di fama, hanno preferito abbandonare i marmi del centro richiamatidal fascino del nuovo, dalla speranza di scoperte che danno sapore alla vita.Ma c'è dell'altro: proprio il Village, il quartiere dei muri dipinti,dei rottami elevati a sculture, delle case sfondate, dei marciapiedi incisi,sta rischiando di smarrire il suo ruolo trasgressivo. In attesa di ulterioriinvasioni di ordinato nitore, è stato "inquinato" dalla raffinatezzadella gallerie "Pat Hearn", che negli ampi spazi sulla 9a Strada hainaugurato l'anno scorso una mostra di Philip Taaffe, un giovane rampante che,grazie a una pittura svolta su ritmi decorativi, riesce a vendere i suoi quadrialla bella cifra di 35 mila dollari, qualcosa come 45 milioni di lire. Durantel'inaugurazione, dove si sorseggia vino bianco, le giovani signore ingioiellatepossono assaporare un brivido e un'emozione per l'incontro di qualche elementolocale dallo sguardo torvo e dal comportamento aggressivo o dell'artista emarginato,come Stefan Eins (dimenticato iniziatore dei "graffitisti"), che sfruttala circostanza per vendere ai presenti quadretti da dieci dollari. Un folkloree un brivido da non proiettare oltre la sera, quando i tassisti preferisconoevitare certe zone. Ma questo, si diceva, non è più l'East Villagemitico. Per ritrovare intatto il clima di avventura, e di creatività,occorre spostarsi verso Rivington Street, dove fioriscono abitazioni-studi diestremo squallore, dove alcune gallerie, che neppure la preziosa Gallery Guide"prende in Considerazione, si aprono in buche catacombali. Ebbene, qui l'artevive ancora per se stessa. Intorno alla Rivington School, che fa capo a un antrofatiscente, e intorno a un giardino dagli alberi e dai rami di metallo a costituireun collettivo e ricamato monumento di allucinazione urbana, spiccano sicuritalenti, a partire da Kevin Wendal, che si firma provocatoriamente FA-Q, dall'esplosiva,sensuale e surreale violenza di segno, di colore e di materia. Egli definisce"afro-pop" il suo modo di dipingere, ma in lui troviamo anche matriciespressioniste e "Cobra". Sulla parete della galleria "No SeNo" sono state preparate con la pinzatrice un centinaio di sue carte edi suoi oli; per terra emergono un paio di sculture in ferro e in carta stagnoladi Jack Vengrow. Appare quindi sulla soglia un personaggio incredibile, giuntoa bordo di un camioncino-atelier dipinto e illustrato a tinte vivaci. E' unoscultore, si chiama Robert Parker, usa la forgia per complicati oggetti chesi coniugano con tibie e femori di derivazione bovina. Di lì a poco capitaPaolo Buggiani, un artista italiano trapiantato da molti anni a New York, pilotandola sua Volkswagen trasforrnata in carro da guerra blindato, in veicolo spazialesputafiamme con cui si csibisce in "performances" notturne, nelle"prove di fuoco' di quella che egli chiama "art street". E nonè finita: in un portone vicino si fa conoscenza con Freddy il Sognatore,un italoamericano che s'avvale dell'acrilico per racconti onirici in tonalitàverdi-rosate.
Si percorrono pochi isolati ed è la volta di Shalom Neuman, un oriundocecoslovacco che si è costruito un museo degli orrori: alcuni manichini,carichi di rimandi freudiani e di denunce comportamentali, sono collegati aun computer per un intreccio di luci colorate e di rumori. Uno spettacolo digrande effetto cui si assommano sicure qualità plastiche e pittoriche:Neuman è uno che ha già esposto fuori del ghetto; di lui si èinteressato anche il Whitney Museum.
Sulla scia delle sorprese scopriamo una galleria che offre in blocco 25 opereper cinquemila dollari prendere o lasciare, presentando come garanzia un taleche, partito dall'offerta-regalo, è giunto in pochi mesi a esporre conHaring e Schnabel. A pochi minuti d'auto c'è SoHo e c è Castelliche mesi fa ha inaugurato una esposizione di Jasper Johns, un ciclo dedicatoalle stagioni. E poi una interessante mostra di un Lichtenstein "astratto"che mantiene stretti legami di impostazione e di colori con il momento "pop":questi quadri paiono appunto frammenti della pittura di allora, particolariingranditi. Nell'altra galleria, situata in Greene Street, si era aperta laseconda collettiva per celebrare i trent'anni di attività newyorchesedi Leo: dopo Rauschenberg, Stella; Twombly, Warhol, Oldenburg, Lichtensteine Johns, è toccato ai più recenti e "minimali" Dibbets,Flavin,Judd, Kosuth, Morris, Nauman, Serra, tutta gente che deve buona partedell'acquisita notorietà al grande vecchio gallerista. Da Ileana Sonnabendha esposto una serie di disegni Terry Winters, un'amica di Johns: la mostra,come succede talora solo a New York, è stata venduta ancora prima dell'inaugurazione.
L'autrice si colloca tra Klee, per certi tratti, e Odilon Redon, per allusionia un naturalismo trasognato.
Se vogliamo nomi ancor più clamorosi ed esposizioni mozzafiato, che aNew York non mancano mai, torniamo nel luccicante cuore della città.La 57a Strada ha proposto con la galleria "Pace" le sculture di Calderdel periodo 1930-1945. Da "Sidney Janis" si respira addirittura l'essenzadi un grande museo: la collettiva dei maestri del XX secolo è stata ditale qualità da lasciare tutti stupiti e ammirati. Si andava da alcunisuperbi Mondrian a quattro splendidi Giacometti, a un Boccioni del 1911, a unCarrà del medesimo anno, a un De Chirico del 1915; sfilavano quindi Picasso,Braque, Klee, Brancusi, Duchamp, Léger, Kandinskij, Ernst, Magritte,Matisse... Una passerella di cinquantadue capolavori impensabile da noi. Questaè New York."

[Da "Arte Americana", Arte n° 181 - 1988]

"Light -so central to the painter's oeuvre for obvious reasons - has been subvertedin these boxes, painted for the most part in ultraviolets, blacks and blues,luminosity offered instead via incandescence. Bulbs placed inside the framesboth illuminate and form part of the composition; landscapes peopled by plastictoys. A trio of flickering bulbs at the feet of a suggestively supine Barbieserve to reveal an anomaly of her anatomy. Meant to amuse these toys disturb.Landscapes are barren, otherworldly - between worlds where the artificial ismost important. The viewer is oriented towards the disoriented, the toys arenot so much themselves lost as the worlds they hover between and over. A plasticBig Mac made gigantic by perspective, appears to have been abandoned by theside of what is not exactly a road; a grinning purple demon leers at the viewerdaring him or her to approach. A magnificent piece of driftwood trailing a circuitboard is guided through a void suggesting outer space by a disembodied greenhand. Could this be a healthy hand? Below, a quartet of footballers of the saloontable game variety are posed rigidly below, spitted through by their familiariron bar, forever unable to make a move. Mickey Mouse appears to love swimmingwith sharks. These paintings have their own sources of light and it is indeedartificial."

John Farris

[Poet and Editor of Digitas, 2000]

"Shalom Neuman'snew show, Altared Icons, takes the discarded toys of our childhood and assemblesthem in such a way that what you first thought looked familiar may be somethingyou never saw before, and what you thought was friendly might be sinister. Itmakes one think of the lines in a Bob Dylan song "you know something ishappening but you don't know what it is. Do you Mister Jones?"
What's happening is Neuman isn't creating art to escape the contemporary era,but - like Dylan - to plunge us further into it. he portrays the innocence ofchildhood without leaving out the evil it could become. Each piece, containedin a black box, is lit by small lights. I know of no other fusion artist whocreates work as powerful as Joseph Cornell without making us feel like we'repeeking."

Hal Sirowitz

[Author of Mother Said,2000]