Roberto Crippa

Critica

"L'arte è eterna, ma non può essere immortale. E' eterna in quanto un suo gesto, come qualunque altro gesto, non può continuare a permanere nello spirito dell'uomo come razza perpetuata. Così paganesimo, cristianesimo e tutto quanto è stato dello spirito sono gesti compiuti ed eterni che permangono e permarranno sempre nello spirito dell'uomo. Ma l'essere eterna non significa per nulla che sia immortale. Anzi essa non è mai immortale. Potrà vivere un anno o millenni, ma l'ora verrà;, sempre, della sua distruzione materiule. Rimarrà eterna come gesto, ma morrà come materia. Ora noi siamo arrivati alla conclusione che sino ad oggi gli artisti, coscienti o incoscienti, hanno sempre confuso i termini di eternità e immortalità, cercando di conseguenza per ogni arte la materia più adatta a fala più lungamente perdurare, sono cioè rimaste vittime coscienti o incoscienti della materia, hanno fatto decadere il gesto puro eterno in quello duraturo nella speranza impossibile della immortalità. Noi pensiamo di svincolare l'arte dalla materia, di svincolare il senso dell'eterno dalla preoccupazione dell'immortale. E non ci interessa che un gesto, compiuto, viva un attimo o un millennio, perché siamo veramente convinti che, compiutolo, esso è eterno. (...) Gli artisti anticipano gesti scientifici, i gesti scientifici provocano sempre gesti artistici. è impossibile che l'uomo dalla tela, dal bronzo, dal gesso, dalla plastilina non passi alla pura imrnagine aerea, universale, sospesa, come fu impossibile che dalla grafite non passare alla tela, al bronzo, al gesso, alla plastilina, senza per nulla negare la validità eterna delle immagini create attraverso grafite, bronzo, tela, gesso, plastilina."

[Primo Manifesto dello Spazialismo, maggio 1947]

"Le eleganze, in arte, sono modi pensati che la consuetudine ignora e che appunto perché non hanno quasi mai nulla del naturale, dilettano e profondamente ricreano la vista dei pochi che vi partecipano quasi ad allontanare il fastidio del quotidiano, uniforme modo di esprimersi. Di qui l'esigenza di una produzione intenzionalmente varia, di qui il bisogno di un continuo, diverso segno, un suo attento mutar di maniera dove quel fondo colorato assume aspetti geometrici da prospettive aeree sulle quali indugiano leggere e piacevolissime graniture (proprio nel senso litografico della parola) quasi a rendere più sensibile e sinuosa l'usata sua linea a tratto. I verdi ed i rossi che si associano ai guizzi dei bianchi, dei neri, dei gialli, non permetterebbero ad una mano legata da regole e da sistemi di conseguire e di mantenere un effetto. E sarebbe anche utile tradurre in parole il suo modo di "agire", come se potessimo isolare ogni suo elemento di intuito pittorico scindendone i componenti. Sempre e soltanto per un tentativo di chiarezza vorremmo così intendere la progressività delle azioni pittoriche che in ogni suo dipinto ci sono offerte, fuse insieme: mezza tinta prospettica - punto o colonna di luce - altra mezza tinta prospettica - mezza tinta ombra - colonna d'ombra - mezza tinta di riflesso - linea di luce; componenti meccanici, vorrei dire, di un'intima ed acutissima palpitazione luministica.
Della giovinezza, Crippa ha tutti i numeri: il portamento, l'invenzione, l'improvvisazione e la fantasticheria, il buon cuore che non è escluso dall'animo allegro. E poiché, come tutti i giovani ha energie da spendere, si agita sino a che qualcosa prenda corpo o si indirizzi sulla strada che la sorte del suo ingegno consentirà.
Ha il gusto di tutto ciò che vibra, si muove, respira; si è scelta una esistenza che anima di raffiche luminose; vive di rancori che durano un'ora, di risse che non avvengono mai perché ha memoria solo di cose buone e delle prove di fiducia che riceve. E di tutto si serve per poter immaginare un mondo che vorrebbe vedere con l'istinto o con una sensibilità immediata. Con tali cariche può immaginare dipingendo; realizza cioè la sensazione nell'attimo stesso in cui la sente. Poi l'arricchisce del suo segno tipico e scattante in una semplicità e libertà di concetti originari, in un progressivo e sempre più violento fenomeno di allargamento dove il senso della morte, il vuoto, la solitudine, questo infinito di spazio e di tempo che ci sovrasta, questo universo fisico di cui subiamo le contraddizioni dialettiche, questa crisi che non è dell'arte ma dell'uomo, diventa semplicemente causa e non condizione dell'opera sua. Un mondo dunque concreto di visioni, di simboli che condizionano i nuovi rapporti fra gli uomini e la splendida realtà che si vive, per svelare e conservare il segreto di una nuova dimensione, di quella «forma unica» che a Boccioni impediva di rivestire con antiche forme le nuove cose che lo circondavano. Perciò questa totemica dinamica e drammatica, tutto moto, passione, ardore umano anche nel segno profondo e nel colore sentito e forte, perciò questo pennello chiaro, scorrevole, capace di una evidenza ottenuta con rapidità, che si muove con furore e come sospinto da un vento contrario.
è uno dei pochi pittori italiani che ha avuto il coraggio di affrontare, all'estero, la critica più severa."

Gianpiero Giani

[Spazialismo, origini e sviluppi di una tendenza artistica, Conchiglia, Milano, 1956]

"Collochiamo [...] Fontana e Crippa nell'orizzonte dell'arte di quegli anni Cinquanta. Parvero strani, i soliti ribelli sconclusionati. Sono bastati pochi anni per accorgerci che essi avevano compiuto un altro passo innanzi nell'evoluzione dell'arte. Certo, vivendo nel mezzo del dibattito artistico, Roberto Crippa non ha potuto ignorare quanto avveniva intorno a lui. Ricordo la sua emozione quando tornò la prima volta dall'America, dov'era stato per una manifestazione in favore dei mutilatini di Don Gnocchi (mettiamogli, difatti, in conto anche questa generosità; umana e altrettanto irruente). Aveva visto Pollock, le prime opere della action-painting e fu il primo, qui da noi, a parlarne e a tentare di trovarne una diversa ma affine soluzione. Non è stato cieco nemmeno dinanzi a certe invenzioni di linea-gesto di Hartung, uno dei maestri francesi di quegli anni del primo dopoguerra. Ma Crippa ha tolto di mezzo l'allusione naturalistica, anche quel poco che resisteva nei dipinti di Hartung, e ha cercato una trascrizione dei suoi pensieri e delle sue emozioni in chiave del tutto autonoma. Pensiamoci un momento: c'erano Birolli e Morlotti e Cassinari e Afro e Moreni; in Francia c'erano Manessier e Singier e Bazaine a tenere il campo. Crippa ha trovato per conto suo una diversa espressione. Non era facile e non fu soltanto velleità, come fu per altri.
Le sue opere lo dimostrano. Reggono all'usura di questi anni perché sono compiute anche sul piano dell'immagine, con mezzi pittorici diversi ma completi e pertinenti a quanto voleva dire, e lo ha detto con un'espressione che è una diversa ma valida efficacia pittorica [...] Nel periodo successivo Crippa realizzava nuove espressioni ricorrendo a materie inconsuete all'arte ma così presenti nella vita: le cortecce, il legno delle demolizioni, le carte dei giornali, il catrame, con una sequenza che parte da Schwitters, da Arp, da Max Ernst e attraversa mezzo secolo d'arte dominato da Picasso, da Matisse, da Morandi. Naturalmente il valore poetico di queste opere non dipende dalle materie adoperate, ma ancora una volta dall'immaginazione che ha afferrato il senso di sfacelo e l'oscura degradazione di questi anni tormentosi e difficili e ha trovato in quei relitti e in quegli scarti del nostro consumo quotidiano la possibilità; di un'espressione più aderente alle sue intuizioni. Materie laide, se si vuole, ma riscattate dalla fantasia, così come la fantasia riscatta il colore chimico dei tubetti e raggiunge sempre per merito suo, la sfera della poesia."

Marco Valsecchi

[Roberto Crippa, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, Milano, novembre/dicembre 1971]

"Una luce nera ha catturato i colori: concatenati in una sequenza dinamica, li dispiega negli scatti di un bilanciere cosmico. Il prisma cromatico espone la sua gamma cristallina, e il grande specchio del sole in eclissi la assorbe, e di essa arricchisce i suoi densi fulgori carbonizzati. L'iride dello spettacolo naturale torna nel nucleo della matrice, nella zona originaria germinante della luce e delle visioni - come per folgorazione, il mondo e i suoi racconti tornano alla pagina vergine delle Origini. Sul bianco e sul nero dello schermo visivo si stampano le impronte dei simboli primordiali: l'astro sul profilo dell'orizzonte, le linee di fuga di un percorso verso l'infinito. La ragione e la regola umanistica guidano l'artista alla scoperta di emblemi formali di struttura misurabile, che, in una tarsia prospettica, chiudono le suggestioni emotive e le «illuminations» surreali dell'inconscio. Nasce un discorso stilistico di perentoria sintesi plastica; nello specchio magico della pittura emergono i riflessi dell'essenza fisica e spirituale delle cose, i simboli cardinali delle vicende di vita e di morte, di luce e di buio, dell'universo.
La foresta pietrificata del romanticismo nordico si cristallizza nell'ordine spaziale e prospettico degli incanti geometrici della tradizione italiana. L'opera di Roberto Crippa è stata sempre regolata da questo limpido accordo tra attuale sigla stilistica e primordiale simbolo di entità;. e di energia naturale - dalle spirali del dinamismo fisico e psichico ai totem di una umanità; calcinata nella sua alienazione e attesa, le sue invenzioni linguistiche hanno sempre avuto una base di rapporto con la «condizione umana». Ora, queste solenni apparizioni di planetario emblematico della coscienza, queste immagini che, nella fusione di materia primaria e di luce rivelatrice e ordinatrice del caos primigenio, testimoniano un limpido dominio espressivo delle voci dell'avanguardia e di quelle della tradizione - esse ci offrono una secca e vibrante risposta lirica alle ansie e speranze della ragione e della fantasia."

Franco Russolo

[Roberto Crippa, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, Milano, novembre/dicembre 1971]