Gianfranco Gentile

Critica

"Gianfranco Gentile è un artista che si coglie nel "caso", immerso, sommerso da molteplici espressioni creative; è pittore, è musicista, è progettista, è pellegrino intellettuale; è ancora ricercatore e manipolatore di immagini sottratte all'anonimato multimediale di internet. La sua formazione artistica nasce a Firenze, alla facoltà di architettura. Crogiuolo di esperienze estetiche, l'università si trasforma in un laboratorio di ricerca nell'ambito delle arti dove l'artista matura una accentuata sensibilità alla composizione. E' forse per questo che l'occhio di Gentile riconduce la percezione della realtà ad elementi architettonici minimali; è uno sguardo attento il suo, che penetra silenziosamente l'incurante consuetudinedei luoghi. Gli interni diventano archetipi, strutture geometriche che liberano la visione nelle sue forze essenziali. Così, la scala dei Lamberti diventa/è una struttura a chiocciola che sprofonda nello spazio illusionistico della spirale;se da una parte evoca lo strutturalismo, dall'altra si prolunga nel tempo finoa diventare natura. L'illusione e la meraviglia non son forse ancor prima natura? Diceva Cezanne "la natura è più in profondità chein superficie" ed è lì, nella struttura che si coglie qualcosadi eterno. Gentile ci obbliga a questa osservazione attenta delle nature/architetture spostandosi nel tempo ma cogliendo in ognuna i ritmi compositivi, il rapportopieno/vuoto, il dinamismo delle linee che si prolungano oltre la superficie dipinta. Le sue opere più recenti spostano l'attenzione su prodotti culturali di sopravvivenza; sono reperti archeologici di una civiltà così vicina, quella industriale, così lontana per generazioni di offuscata memoria. Queste opere, sempre rigorosamente dipinte con una tecnica a pastello di estrema precisione sono totem, parti meccaniche in disuso abbandonate all'indifferenza o pronte per un riciclo funzionale al mercato. Questi oggetti, colti nella loro plasticità monumentale sono tragicamente presenti, sembrano ingranaggi solidi ed inespugnabili come antiche macchine da guerra. Il materiale di supportosi presenta fragile, cartone riciclato, povero come l'alienante isolamento deglioggetti. Eppure sta in questa ambivalenza di forza e fragilità l'armoniosa riuscita dell'incontro dove il supporto non è solamente il luogo dell'evocazione ma diventa materia espressiva che si trasforma in luce e colore."

Nadia Melotti

[Dal catalogo Linee riflesse, Museo Civico Pinacoteca Castello Svevo di Barletta, 2002]

ARCHEOLOGIE INDUSTRIALI

"Canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche, (…) le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi, i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, (…) le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi (…)
dal Manifesto Futurista di F.T. Marinetti

Come è lontano, nell'opera di Gianfranco Gentile, quel fervore, quell'esaltazione della meccanica che aveva così fortemente contraddistinto il futurismo e che ha così a lungo influenzato il novecento. E come è altresì lontana la mitologia fantascientifica, popolata da macchine antropomorfe, costruita su un immaginario carico dei fantasmi di schiavitù, dominazione e sfruttamento che trova in HAL, il computer astronave di "2001 Odissea nello Spazio" la sua massima espressione.
Si, tutto questo è lontano, è archeologia, e come tale ci è presentato da Gianfranco Gentile nel suo lavoro di scavo della memoria. Reperti che ci restituiscono tutta una civiltà, una organizzazione sociale, una struttura di pensiero che riecheggia nel lavoro di Gentile, ma che non è mai messa in primo piano, mai sbandierata.
In questo i lavori di Gentile mostrano un particolare pudore. Sono molto raffinati, puliti, eseguiti con padronanza assoluta del mezzo espressivo e grande tecnica. Sono lavori fortemente comunicativi ed evocativi, ma ciò che soprattutto sorprende è che non concedono nulla alla retorica positivista o luddista legata alla evoluzione della meccanica.
E' un nuovo immaginario, quello che ci viene proposto dall'artista veronese. Un immaginario semplice, fatto di piccole cose, di particolari, di oggetti dismessi e polverosi. Sono oggetti forse inutili, sicuramente inutilizzati, spesso arrugginiti e cadenti, ma assolutamente per niente decadenti. Le macchine di Gentile sono vecchie signore, ancora belle per la memoria che ci restituiscono. Sono ricordi impreziositi da una patina di nostalgia. Reperti, metodicamente catalogati ed inseriti in una serie con l'amore e la cura che contraddistinguono gli album di fotografie di famiglia. Strane perle di una sorprendente collana.
L'occhio di Gentile ci restituisce il dettaglio, il particolare di un vecchio gioiello che riemerge da uno scavo. L'irregolarità dell'avvitamento di un bullone, la semplicità delle linee che costituiscono la struttura massiccia del macchinario, il dettaglio della dentatura di un ingranaggio, in buona sostanza la sorpresa estetica del particolare. Sono queste le pietre angolari della pittura e della poetica di Gentile.
Ma soprattutto è un lavoro che non indugia in psicologismi e/o barocche macchinazioni teoriche. La macchina ha sicuramente rappresentato per tutto il secolo scorso il doppio dell'uomo, la sua anima ma anche il suo incubo. Ha catalizzato le speranze di generazioni di esseri umani, ne ha materializzato il loro fantasma autodistruttivo, ha offerto la base per grandiose e utopiche rivoluzioni, sia politiche che sociali, ha fatto da riferimento a molte speculazioni filosofiche. Ma in queste opere, che a un primo sguardo superficiale sembrano inserirsi in questa serie, tutto questo non trova spazio. Le macchine di Gentile sono esattamente ciò che si vede: decorazioni di un involucro, decorazioni di scarti d'imballo. Vecchi paramenti di una altrettanto vecchia, vetusta e superata civiltà industriale. E' nella scelta del supporto che l'autore ci offre la chiave di lettura fondamentale di tutto il suo lavoro di ricerca e di archiviazione. Le macchine non sono altro che vecchie scatole vuote. Imballi che hanno certamente contenuto tutto l'immaginario sviluppato nel secolo scorso, ricco di proiezioni antropomorfe, di tutte quelle suggestioni che ho ricordato, ma che attraverso le visioni di Gentile perdono tutte queste sovrastrutture per offrirsi semplicemente come belle immagini.
Un bello che indugia sulla forma e che, attraverso l'uso di colori terrosi e dei tagli di luce, si ricollega alla più grande e secolare tradizione delle nature morte. Ma che grazie a questo sguardo disincantato, che restituisce all'oggetto rappresentato la sua immediata fisicità, ci guida nella spogliazione dell'ideale. Della macchina non resta che una pura forma geometrica, addolcita dalla nostalgia e dal ricordo di un tempo lontano, ma pur sempre pura forma. Ed è in questo gusto della forma che si avverte l'unico collegamento con la memoria personale dell'artista, con la sua vita privata e professionale, che lo vede impegnato nella realizzazione di scenografie e di oggetti d'arredo. Quelle rappresentate sono forme che, nonostante la loro fisicità pesante e ferrosa acquistano, grazie ai sempre sorprendenti punti di vista adottati da Gentile, una leggerezza ed una spiritualità stranianti.

Patrizio Peterlini

[Dal Catalogo "Machana" 2005 di Gianfranco Gentile]

L'archeologia industriale di Gianfranco Gentile è un'operazione di recupero complessa perché globale.
Il suo lavoro va a riscoprire elementi iconografici di un passato cronologicamente non così distante dal nostro presente, eppure già oggetto di “scavo”.
Senza dilungarsi troppo in ragionamenti sul significato e l'importanza del macchinario industriale per la società e l'arte del secolo precedente, conviene fermare la nostra attenzione concretamente sulle opere di Gentile.
I suoi pannelli, dalle forme non standardizzate, ma imperfette ed eccessive, offrono allo spettatore lo spettacolo della tecnologia della macchina.
Parti e componenti meccanici non solo raffigurati, ma indagati con lenticolare precisione, dettaglio per dettaglio, grazie ad una sorprendente abilità nel uso del colore a pastello, in grado di esaltare sia il freddo grigio dell'acciaio e del ferro, sia il rosso aranciato della ruggine, senza mai darci la percezione di una monocromia.
Tutto è vivo grazie ai netti contrasti di luce ed ombra, che definiscono la profondità dei macchinari, in un gioco illusorio ancora più intrigante proprio per che vicino all'iperrealismo.
Linee, dettagli, viti, bulloni, ingranaggi emergono nitidamente dalla struttura della macchina.
I punti di vista ravvicinati e parziali, frammentano gli oggetti e li rendono non più totalmente riconoscibili, ma soltanto intuibili, come se l'artista volesse, consapevolmente, non rappresentare, ma evocare, attraverso pezzi di un passato decontestualizzato, riciclato, un nuovo mondo futuribile.
La perfetta omogeneità del supporto completa e rende ancor più significante l'intento dell'operazione. Le righe parallele del cartone, con la loro tangibile tridimensionalità, fanno da controcanto all'immaginaria concretezza del soggetto dipinto.
Il colore uniforme ed etereo dello sfondo ricorda un paesaggio lunare, un oceano di silenzio, in cui fluttuano relitti vuoti, giganti metallici, un po' come la danza delle astronavi nel film “2001 Odissea nello spazio”.
Idoli venerati da una civiltà ormai conclusa, ma fatta rivivere da questo artista che sfronda l'eco del passato dall'esaltazione modernista della potenza della macchina, lasciando però intatta la bellezza del congegno, delle linee, della forma.

Alice Zamberlan

ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE

by Marika Vicari

L'artista veronese Gianfranco Gentile (1949)introduce con questa sua nuova personale dal titolo Archeologia industriale, un interessante progetto perfettamente rappresentativo dell'estetica della sparizione. Ci sono molti modi di “sparire”. Paul Virilio parlerebbe dello sparire nelle reti, che riguarda tutti ed equivale ad un volatilizzarsi. La sparizione che si determina nei lavori di Gentile descrive la forma di metamorfosi: un'apparizione-sparizione. Si tratta di una catena di forme che si riconvertono e si muovono le une verso le altre. La forma artistica da lui cercata e poi scelta è una forma di metamorfosi del materiale: il cartone (materiale a perdere) dove da vita attraverso pastelli e tecniche miste (ossidi, vernici, cemento, catrame, olii riportati a "secco") a un'archeologia industriale segnata dalla riproduzione decontestualizzata di reperti ferrosi, brani meccanici abbandonati al tempo e riscoperti in un'appassionata ricerca sul territorio. La sua è una cultura del frammento,attraverso lo studio dei singoli pezzi o di elementi composti, Gianfranco Gentile da vita ad un dialogo volutamente spezzato sull'esercizio delle differenze: dare corpo e forma a qualcosa che convenzionalmente non è più funzionale e quindi già perso.