Giancarlo Zanini

Criticism

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Esiste nell'informale un segno-colore emozionato e febbrile, capace di scavare nei meandri dell'interiorità più nascosta, dove stati d'animo inquieti si radunano sotto la soglia della coscienza.
Questo segno, che poi l'invenzione elabora e fa affiorare sulla superficie come materia e linguaggio, ci pare che appartenga, come traccia singolare e sempre presente, anche alla pittura di Giancarlo Zanini. Oppure, per dire più esplicitamente, si potrebbe applicare al suo percorso di accanito sperimentatore, che in trent'anni di lavoro, partito dalla originaria vocazione alla scultura, ha poi sviluppato dall'avventura dell'informale una sua variazione lirica e luminosa, una frase abbastanza famosa di Pollock:
"Non si tratta di un'arte senza oggetto, o di un'arte che non rappresenta... La pittura è uno stato state dell'essere... la pittura è la scoperta di sé".
Le opere degli anni novanta eseguite sulle ampie campiture del rosso, del giallo o del nero addensati, schiariti, in stesure regolari che alternano tonalità più fonde o più chiare, richiamano perentoriamente l'attenzione sulla tela come sguardo sull'altrove e possono ricordare i modi di un Rothko o dello stesso Pollock. Il fenomeno colore occupa per intero la nostra facoltà percettiva; la densa stesura con le sue variazioni concentra e fissa l'occhio come qualcosa di vivente. Cosi l'attimo in esteso dell'emozione si esprime escludendo i segni del reale.
In seguito, nelle opere degli anni novanta e nelle più recenti elaborazioni, riaffiora il reale come frammento, isolata citazione, traccia di un linguaggio che evoca, in forma irrelata, un percorso divenuto memoria. E non è un caso che in questa fase il viaggio occupi un posto di rilievo, poiché anche e soprattutto nell'attraversamento di modi espressivi diversi e nell'affrontare l'avventura della creatività, Zanini mostra lo spirito del viaggiatore inquieto e attento. II colore dialoga con i materiali, la juta, i sacchi, memori delle bruciature di Burri, il cartone, le scritte che evocano contesti indecifrati.
Spesso in molti autori l'informale veicola l'angoscia, l'onda della materia che sommerge la coscienza. Ma Zanini, soprattutto in questa fase recente del suo percorso, sottolinea con ancor maggiore evidenza, la variazione lirica e memoriale, in cui l'occhio riesce, nel magma della materia, a far riaffiorare le tracce, i frammenti sparsi, ma riconoscibili, che hanno il timbro e il tono del sogno. In questi ultimi lavori, anche il piccolo formato sottolinea il recuperato dominio dell'immagine e del colore, induce alla contemplazione rasserenante, al distacco che afferra e non si lascia sommergere dall'emozione. La materia ha una sua presenza forte, ma non inquietante: cartone, magari già dipinto, che crea immagini a più strati, supporti che il colore invade in grumi e pennellate dense, rapprese, e qua e là un balenio d'oro, che è come l'apparizione della dorata aureola del genio benefico delle fiabe.
E il bianco infatti che sorregge e avvolge tutta la variazione colorata in una chiarità meridiana che ha lo stesso impatto di certi bianchi splendenti, solari sul verde, nei quadri di Monet. Allora, quasi per magia, l'emozione coloristica si innerva a tratti in minuscole tracce che prendono la forma di immagini, note acute in una partitura contrastante: croci d'oro, animali favolosi, pesci, piccioni bianchi, l'elefante, il corvo. In questa luce, che ha il calore vitale dei sentimenti, si svolge e prende corpo anche la fiaba, breve fiaba esopica di animali favolosi, in cui la natura travolta e affiorante e il paesaggio, intuito per tracce e frammenti, sono in affabile, perpetuo dialogo. Così lirismo e magia lasciano le loro impronte in modi che distanziano, pur conservandone la remota suggestione, i fantasmi neri, presenti anch'essi, come in ogni fiaba, ma innocui, solo vagamente memori degli uomini ombra di Dubuffet.

Paola Azzolini

[Dal Catalogo della mostra "Icone" 2002]

CONCATENAZIONI

Una pittura densa, fonda, appassionata come una attrazione fisica, quella che Giancarlo Zanini recita sulla tela.
Recita, perché interpreta con la veemenza da teatro ellenico il dolore e la paura, la lotta e la speranza di forme concertate a descrivere un mai pacificato mondo.
Fra chiazze in controluce - come gigantesche macchie di inchiostro e di cera - e vortici di colore da espressionismo astratto, si apre il paesaggio.
Facciate di edifici con occhi di fantasma e nero pece su pensieri notturni.
Paesaggi mobili, terremotati che imprigionano anime ferite e un inesprimibile inconscio, e un desiderio gridato di rinnovamento e di pace.
Territori di guerra reali e interiori dove tutto pare in procinto di annullarsi.
Sono forme articolate sulla tridimensionalità del colore stesso, colore del cuore cavernoso, ma avviato poco a poco, con non facili passi, verso la luce. Zanini vi giunge attraverso fragili ombre di verde, a volte interrotte dall'intrusione di una nota più intensa: un rosso, un giallo, una spolverata di viola.
Macchie squadrate, colorate, lucenti, dentro cui un movimento di segni grafici evoca riferimenti ad una realtà oggettiva. Interi paesaggi, metropoli e piccole città emergono da queste tele all'apparenza così astratta.
Tra le stesure, scritture segnate di parole mai dette, vecchi cartoni ondulati, e fili di juta come presenza di povertà nell' opulenza della città minacciata, ma viva nel suo corpo desideroso di essere liberato in sereni profili, contro un cielo boreale.
Perché nonostante quello sgretolarsi dei perimetri e la fuliggine psichica, e le apparenti serrate alla vita, la solitudine inespugnabile non abita qui: tutte le strade, vicoli, viali e labirinti, portano allo stesso punto, quello di una volontà di comunicazione.
Sono concatenazioni, segni di una crescente esigenza di equilibrio etico e formale, tradotti da Zanini da variazioni di tonalità, rese con estrema maestria.
L'idea di freddo e di solitudine si stempera in una visione appena [rischiarata da faville di luna. Si apre in una luce impressa di musicalità antica, di una aspirazione profonda all'equilibrio: il materialismo comincia ad accusare i colpi.
Le forme risorgono dalla memoria sognante dell'artista in un paragone sempre stupito davanti alla pur oltraggiata bellezza.
Cristallo pittorico, dalle cui rifrazioni brilla il nucleo celato nei molteplici intrecci della natura.
I luoghi non sono affatto immaginari ma ricordi di vari ambienti. per Zanini anche di recenti viaggi. Ma presi a prestito per andare altrove.
Solo cosi il quadro diventa l'unico e vero spazio di incontro fra il mondo esterno - e le relazioni che esso contiene - con le relazioni tecnico-immaginative dell'artista. Zona di incantesimi non solo per la cifrai ripartizione ritmico-spaziale, per il suo movimento e la capacità di illuminazione, ma come valore etico, nel suo anelito di perfezione, nel costante esercizio dell'autocontrollo e della disciplina dei mezzi.
Ancora concatenazioni di eventi, in cui positivo e negativo si alternano a formare la massa di un presente-passato-futuro gravido di fluttuazioni.

Vera Meneguzzo

[Testo fornito dall'artista]

GIANCARLO ZANINI

Esiste nell'informale un segno-colore emozionato e febbrile, capace di scavare nei meandri dell'interiorità più nascosta, dove stati d'animo inquieti si radunano sotto la soglia della coscienza.
Questo segno, che poi l'invenzione elabora e fa affiorare sulla superficie come materia e linguaggio, ci pare che appartenga, come traccia singolare e sempre presente, anche alla pittura di Giancarlo Zanini. Oppure, per dire più esplicitamente, si potrebbe applicare al suo percorso di accanito sperimentatore, che in trent'anni di lavoro, partito dalla originaria vocazione alla scultura, ha poi sviluppato dall'avventura dell'informale una sua variazione lirica e luminosa, una frase abbastanza famosa di Pollock:
"Non si tratta di un'arte senza oggetto, o di un'arte che non rappresenta... La pittura è uno stato dell'essere... la pittura è la scoperta di sè".
Le opere degli anni novanta eseguite sulle ampie campiture del rosso, del giallo o del nero addensati, schiariti, in stesure regolari che alternano tonalità più fonde o più chiare, richiamano perentoriamente l'attenzione sulla tela come sguardo sull'altrove e possono ricordare i modi di un Rothko o dello stesso Pollock. Il fenomeno colore occupa per intero la nostra facoltà percettiva; la densa stesura con le sue variazioni concentra e fissa l'occhio come qualcosa di vivente. Così l'attimo in esteso dell'emozione si esprime escludendo i segni del reale.
In seguito, nelle opere degli anni novanta e nelle più recenti elaborazioni, riaffiora il reale come frammento, isolata citazione, traccia di un linguaggio che evoca, in forma irrelata, un percorso divenuto memoria. E non è un caso che in questa fase il viaggio occupi un posto di rilievo, poiché anche e soprattutto nell'attraversamento di modi éspressivi diversi e nell'affrontare l'avventura della creatività, Zanini mostra lo spirito del viaggiatore inquieto e attento. Il colore dialoga con i materiali, la juta, i sacchi, memori delle bruciature di Burri, il cartone, le scritte che evocano contesti indecifrati.
Spesso in molti autori l'informale veicola l'angoscia, l'onda della materia che sommerge la coscienza. Ma Zanini, soprattutto in questa fase recente del suo percorso, sottolinea con ancor maggiore evidenza, la variazione lirica e memoriale, in cui l'occhio riesce, nel magma della materia, a far riaffiorare le tracce, i frammenti sparsi, ma riconoscibili, che hanno il timbro e il tono del sogno.
In questi ultimi lavori, anche il piccolo formato sottolinea il recuperato dominio dell'immagine e del colore, induce alla contemplazione rasserenante, al distacco che afferra e non si lascia sommergere dall'emozione. La materia ha una sua presenza forte, ma non inquietante: cartone, magari già dipinto, che crea immagini a più strati, supporti che il colore invade in grumi e pennellate dense, rapprese, e qua e là un balenio d'oro, che è come l'apparizione della dorata aureola del genio benefico delle fiabe.
È il bianco infatti che sorregge e avvolge tutta la variazione colorata in una chiarità meridiana che ha lo stesso impatto di certi bianchi splendenti, solari sul verde, nei quadri di Monet. Allora, quasi per magia, l'emozione coloristica si innerva a tratti in minuscole tracce che prendono la forma di immagini, note acute in una partitura contrastante: croci d'oro, animali favolosi, pesci, piccioni bianchi, l'elefante, il corvo. In questa luce, che ha il calore vitale dei sentimenti, si svolge e prende corpo anche la fiaba, breve fiaba esopica di animali favolosi, in cui la natura travolta e affiorante e il paesaggio, intuito per tracce e frammenti, sono in affabile, perpetuo dialogo. Così lirismo e magia lasciano le loro impronte in modi che distanziano, pur conservandone la remota suggestione, i fantasmi neri, presenti anch'essi, come in ogni fiabia, ma innocui, sol,o vagamente memori degli uomini ombra di Dubuffet.

Paola Azzolini

[Testo fornito dall'artista]