La carica dal 1901, con tanto di code!


CAFFèLARTE

Staff di ARTantide.com

Non c'è nulla di immutabile tranne l'esigenza di cambiare, Eraclito

Rubrica per "Art Weekly Report", 14-21 febbraio 2011, Area Research, Intelligence e Investor Relations Banca Monte dei Paschi di Siena.
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Una lunghissima coda ci accoglie all'ingresso del neonato Museo del '900 in Piazza del Duomo a Milano, in un giorno feriale, da notare che fino al 28 Febbraio l'ingresso è gratuito. Dopo quasi un'ora varchiamo l'ingresso. Ma ne valeva la pena. 
Il Museo è allestito nella Torre dell'Arengario che si presenta pulita, sobria, classico esempio di architettura fascista. E quale architettura poteva essere più indicata se non una struttura che richiamasse direttamente il contesto sociale e politico vissuto nel 900? Sicuramente l'insieme risulta un indovinato dialogo tra esterno e interno dell'edificio sottolineato anche dalla vetrata cilindrica inserita nella struttura che permette un continuo colloquio tra le due parti.
Visto il percorso articolato e ricco di contenuti, dedichiamo lo spazio di questa settimana ad un'analisi delle sale dedicate alla prima metà del secolo lasciando al prossimo weekly le impressioni sulle altre sale. 
L'interno è strutturato in piccole sale, collegate da scale mobili, ricavate in un percorso a spirale: tale scelta permette senza dubbio una lettura ordinata delle diverse scuole nate e sviluppate nel Novecento. La prima grande opera che segna l'inizio del percorso è Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, 1901: è il punto di partenza cronologico ma segna anche la frattura stilistica con il mondo del secolo precedente. Una delle ultime rappresentazione della cosiddetta arte sociale.
Le opere presentate in seguito sono pilastri dell'arte contemporanea: Picasso, Matisse, Modigliani, Braque, Mondrian, Kandinsky. A livello stilistico prevale ancora la figurazione.
La sala successiva segna la svolta verso la modernità: Boccioni. Scopriamo come l'artista abbia inseguito il moderno cercando di allineare continuamente il suo stile alla sua idea di innovazione. Il ciclo degli Stati d'Animo del 1911, Elasticità del 1912 ce lo confermano. Davide Colombo, storico dell'arte, spiega come la presenza del futurismo nel Museo sia una riconoscenza anche alla città di Milano che ha saputo trasmettere agli artisti futuristi l'adrenalina di una Milano molto vivace e dinamica. Passeggiamo vicino alle opere di Severini e Balla affiancando il capolavoro scultoreo di Boccioni al centro della stanza: Forme uniche della continuità dello spazio, possente, dorato e molto moderno. Arriviamo così alla sala dedicata a Morandi, artista ben rappresentato in una piccola sala dove sono esposte le sue mutazioni stilistiche dai paesaggi verdi del 1913 ai manichini metafisici del 19, rigorosi e densi fino alle nature morte rilassate e rarefatte degli anni 40.
Nella sala dedicata a De Chirico si comprende uno snodo ideologico molto importante: al primato dello stile si predilige ora la centralità dell'intento. Lo stile di un artista diventa soltanto uno degli elementi, ecco perchè uno stesso artista si riconosce in stili pittorici anche molto diversi tra loro.
Il mondo scultoreo è ben rappresentato nel Museo con la sala dedicata a Arturo Martini in cui sono mostrate sia sculture da esposizione, sia opere create per mettere in crisi (La sete, 1934) e anche terrecotte capaci di narrare situazioni precise, quasi cinematografiche.
Due sale sono dedicate al movimento fondato nel 1924 denominato in seguito Novecento e quindi alla riscoperta del mestiere, dell'ordine e della figurazione: qui ci sono opere di Carrà, Sironi e di Casorati che mantiene però un'individuale atmosfera magica e misteriosa.
Il fascismo aveva investito sull'idea di ordine e di serene visioni e gli artisti soggetti alla commissione della piccola borghesia hanno prontamente risposto. Questo concetto viene ribadito anche nella sala successiva dedicata al paesaggio tra le due guerre dove le opere di Soffici e Borra richiamano visioni ancora postimpressioniste.
Superato lo spazio dedicato all'arte monumentale dove sono esposte opere di dimensioni notevoli in ricordo anche dei caduti di guerra, si arriva alla sala dedicata a De Pisis, Campigli, Birolli e si giunge poi in un area violentemente diversa dove sono posizionate le sculture degli anni 30  dell'“acrobata invisibile”, come lo definisce Calvino, ossia Fausto Melotti. Ci fermiamo qui a guardare l'attualissima opera Postribolo di Alberto Ziveri, e vi aspettiamo seduti su una sedia all'angolo della sala, per raccontarvi la seconda metà del secolo, ricca di sorprese!

Riprendiamo il nostro percorso nel Museo del 900. Dopo avervi raccontato la prima parte dell'esposizione in modo entusiasta, ecco subito un appunto: a metà percorso ci troviamo in una sala confusa, senza una linea guida, perplessi e un po' spaesati: Carrà, Severini, Soffici, Dottori in una stessa sala che dalla piantina scopriamo essere la sala didattica adulti: la confusione rimane. Ma proseguiamo. Una scala mobile ci introduce nella sala dedicata a Fontana e la musica cambia, un vero e proprio capolavoro di allestimento! L'accesso è un effettivo approccio spazialista; osservando il soffitto dalla scala in movimento ci accorgiamo che già quella è un'eccezionale opera che Fontana ha realizzato nel 1956 per un hotel all'Isola d'Elba. Nella sala c'è una grande scultura in metallo con i tipici tagli, al piano superiore sono presenti diversi lavori che completano la visione del lavoro dell'artista. Sul soffitto il meraviglioso arabesco di neon che Fontana ha realizzato nel 1951, opera a disposizione della città che la può apprezzare anche dall'esterno: le vetrate a tutta parete svelano Piazza del Duomo e il Duomo stesso in tutta la sua maestosità e vicinanza. Bellissimo. 
La sala successiva è dedicata all'informale gestuale e segnico. A stendardo dell'informale segnico, spicca sulla parete un dipinto di notevoli dimensioni di Carla Accardi che sembra un ricamo decorativo fluttuante nel rosa, ad anticipazione dello stile successivo. Si nota anche una grande tela di Novelli con segni conosciuti ma svuotati del loro significato risalente al 1961. A valorizzare invece l'informale gestuale notiamo un'opera di Tancredi che rimarca le influenze americane del dripping in Italia, un'opera forte, bianca e nera di Vedova, le piegature della tela di Scarpitta e poi Giuseppe Capogrossi e un grande Osvaldo Licini.
Proseguiamo verso la sala dedicata a Manzoni e Azimuth: ci sono opere di chiara influenza dadaista ma rielaborate con maggiore forza concettuale, sintesi perfetta di un periodo in cui l'arte non sente il bisogno della pittura: la merda d'artista, l'uovo con impronta, un Achrome peloso. L'arte si fa più provocatoria e più libera. 
A questo punto, le indicazioni del percorso si fanno di nuovo confuse e abbiamo rischiato di non vedere alcune sale cui si accedeva da un passaggio posto dietro l'ascensore e scoperto per caso. Attraverso   un corridoio, con vetrate a tutta parete che aprono nuovamente il sipario su piazza del Duomo e Via Marconi, un altro scorcio splendido, luminoso e decisamente affascinante, giungiamo al piano superiore di Palazzo Reale. Qui troviamo rappresentata l'arte cinetica con opere di Colombo, Alviani e Boriani; divertentissima la sua opera da abitare. Una stanza stroboscopica completamente vissuta  dallo spettatore dove il pavimento, costituito da giochi di spirali colorate, si illumina di luci psicadeliche al passaggio e tutto l'ambiente è un labirinto di specchi con le pareti rotanti. Una moltiplicazione: concreta e reale per l'acuirsi delle sensazioni e allo stesso tempo virtuale per le figure specchiate e riflesse all'infinito. Anche la pittura analitica, l'analisi cioè degli elementi fondativi dell'arte (tela e colore) è ben rappresentata con opere di Griffa, Aricò e Pinelli  e ci avviciniamo così alle nuove figurazioni, alla Pop Art degli anni '60: Adami, Schifano e Rotella ne sono degli esempi. Infine l'arte povera, che vede il suo svolgersi dopo il 68, è  presentata dai neon di Merz del '73 (Zebra, Fibonacci), da Calzolari, dallo specchio di Pistoletto, da un'imponente installazione di Zorio e da un'opera a tutta parete (circa 10 metri) di Boetti del 1975.
Conclude il percorso un lavoro molto grande di Kounellis (Rosa nera, 1964).
Circa 26 milioni di spesa, 140.000 ore di lavoro, 400 opere esposte.
Un piccolo appunto va fatto per le assenze delle opere tra gli anni 70 e il 2000 che andrebbero a rappresentare in modo più completo il secolo, ma nutriamo la speranza di un ampliamento o di altri spazi pubblici dedicati a questo.
Appagati ci avviamo verso l'uscita e a salutarci c'è una scultura di Marini che ci riporta nell'atmosfera d'inizio dandoci il suo arrivederci.

Non c'è nulla di immutabile tranne l'esigenza di cambiare, Eraclito

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