Post War: Museo del 900


CAFFèLARTE

Staff di ARTantide.com

Non c'è nulla di immutabile tranne l'esigenza di cambiare, Eraclito

Rubrica per "Art Weekly Report" 21 febbraio 2011, Area Research, Intelligence e Investor Relations Banca Monte dei Paschi di Siena.
Riprendiamo il nostro percorso nel Museo del 900. Dopo avervi raccontato la prima parte dell'esposizione in modo entusiasta, ecco subito un appunto: a metà percorso ci troviamo in una sala confusa, senza una linea guida, perplessi e un po' spaesati: Carrà, Severini, Soffici, Dottori in una stessa sala che dalla piantina scopriamo essere la sala didattica adulti: la confusione rimane. Ma proseguiamo. Una scala mobile ci introduce nella sala dedicata a Fontana e la musica cambia, un vero e proprio capolavoro di allestimento! L'accesso è un effettivo approccio spazialista; osservando il soffitto dalla scala in movimento ci accorgiamo che già quella è un'eccezionale opera che Fontana ha realizzato nel 1956 per un hotel all'Isola d'Elba. Nella sala c'è una grande scultura in metallo con i tipici tagli, al piano superiore sono presenti diversi lavori che completano la visione del lavoro dell'artista. Sul soffitto il meraviglioso arabesco di neon che Fontana ha realizzato nel 1951, opera a disposizione della città che la può apprezzare anche dall'esterno: le vetrate a tutta parete svelano Piazza del Duomo e il Duomo stesso in tutta la sua maestosità e vicinanza. Bellissimo. La sala successiva è dedicata all'informale gestuale e segnico. A stendardo dell'informale segnico, spicca sulla parete un dipinto di notevoli dimensioni di Carla Accardi che sembra un ricamo decorativo fluttuante nel rosa, ad anticipazione dello stile successivo. Si nota anche una grande tela di Novelli con segni conosciuti ma svuotati del loro significato risalente al 1961. A valorizzare invece l'informale gestuale notiamo un'opera di Tancredi che rimarca le influenze americane del dripping in Italia, un'opera forte, bianca e nera di Vedova, le piegature della tela di Scarpitta e poi Giuseppe Capogrossi e un grande Osvaldo Licini.Proseguiamo verso la sala dedicata a Manzoni e Azimuth: ci sono opere di chiara influenza dadaista ma rielaborate con maggiore forza concettuale, sintesi perfetta di un periodo in cui l'arte non sente il bisogno della pittura: la merda d'artista, l'uovo con impronta, un Achrome peloso. L'arte si fa più provocatoria e più libera. A questo punto, le indicazioni del percorso si fanno di nuovo confuse e abbiamo rischiato di non vedere alcune sale cui si accedeva da un passaggio posto dietro l'ascensore e scoperto per caso. Attraverso un corridoio, con vetrate a tutta parete che aprono nuovamente il sipario su piazza del Duomo e Via Marconi, un altro scorcio splendido, luminoso e decisamente affascinante, giungiamo al piano superiore di Palazzo Reale. Qui troviamo rappresentata l'arte cinetica con opere di Colombo, Alviani e Boriani; divertentissima la sua opera da abitare. Una stanza stroboscopica completamente vissuta dallo spettatore dove il pavimento, costituito da giochi di spirali colorate, si illumina di luci psicadeliche al passaggio e tutto l'ambiente è un labirinto di specchi con le pareti rotanti. Una moltiplicazione: concreta e reale per l'acuirsi delle sensazioni e allo stesso tempo virtuale per le figure specchiate e riflesse all'infinito. Anche la pittura analitica, l'analisi cioè degli elementi fondativi dell'arte (tela e colore) è ben rappresentata con opere di Griffa, Aricò e Pinelli e ci avviciniamo così alle nuove figurazioni, alla Pop Art degli anni '60: Adami, Schifano e Rotella ne sono degli esempi. Infine l'arte povera, che vede il suo svolgersi dopo il 68, è presentata dai neon di Merz del '73 (Zebra, Fibonacci), da Calzolari, dallo specchio di Pistoletto, da un'imponente installazione di Zorio e da un'opera a tutta parete (circa 10 metri) di Boetti del 1975.Conclude il percorso un lavoro molto grande di Kounellis (Rosa nera, 1964).Circa 26 milioni di spesa, 140.000 ore di lavoro, 400 opere esposte.Un piccolo appunto va fatto per le assenze delle opere tra gli anni 70 e il 2000 che andrebbero a rappresentare in modo più completo il secolo, ma nutriamo la speranza di un ampliamento o di altri spazi pubblici dedicati a questo. Appagati ci avviamo verso l'uscita e a salutarci c'è una scultura di Marini che ci riporta nell'atmosfera d'inizio dandoci il suo arrivederci.Nel prossimo weekly parleremo di un'importante asta londinese.

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