L' “Urbi et orbi” dei writers: il graffitismo


Arte Contemporanea: movimenti artistici e riflessioni

Paolo Mozzo - Febbraio 02 - 2016

Forse non è a scuola che impariamo per la vita, ma lungo la strada di scuola, Heinrich Böll

Bansky, Londra
Bansky, Londra

 

Le prime manifestazioni di graffiti art si hanno a partire dai primi Anni '70 in America, soprattutto a New York. I writers sono solitamente appartenenti a classi sociali sfavorite che vivono in maniera molto profonda la cultura locale e l'appartenenza ad una gang, sviluppando un modo di  comunicare nuovo non più legato a discorsi e teorizzazioni sproloquianti. In questo periodo a New York le diverse gang di giovani comunicano a slang o attraverso sfide, con la musica hip hop o con la breakdance, una disciplina di danza dove i protagonisti si mettono in cerchio e uno alla volta, sostenuti dal resto del gruppo, si esibiscono in posizioni spettacolari a terra. E' proprio da questo contesto sociale che nasce il graffitismo che oggi conosciamo. Inizialmente si trattava di semplici firme che i componenti di un gruppo lasciavano sui muri, negli spazi pubblici o sulle carrozze dei treni: erano soprannomi che venivano pensati dal writer e accostati spesso al numero civico della propria abitazione. Era un modo per manifestare in maniera indelebile la propria esistenza e la propria appartenenza ad un quartiere in particolare.
Successivamente lo stile subisce una trasformazione, un'evoluzione grafica delle firme: compaiono riempimenti e contorni decorativi secondo uno stile oggi definito “outline”. I disegni si fanno via via più fantasiosi e imponenti nelle dimensioni senza mai allontanarsi però dallo scopo iniziale ossia una reazione all'industrializzazione dell'arte che ha portato i protagonisti a scegliere come supporto per le loro opere pezzi di città e di mondo anziché anonime e strumentali tele. Rendere arte una superficie di una casa o un vagone della metropolitana costringeva il mondo dell'arte ad una riflessione diversa sul mercato e sul commercio: naturalmente un pezzo di casa o di metropolitana non si può vendere. Questo modo di procedere suonava come una sfida alle autorità, come una ribellione alla compravendita sterile di un mercato che rivolgeva sempre più le sue attenzioni al guadagno di un investimento a scapito della potenza artistica di un'opera in sé.
I writers si rivolgono direttamente alla città e al mondo (urbi et orbi), non sentono l'esigenza di essere supportati dai critici o dai galleristi. La loro è un'arte anarchica, gratuita e libera, rivolta ad un pubblico di massa e in questo influenzata dalla poetica pop. Il fruitore non sceglie di vedere ma è in qualche modo costretto a rapportarsi con l'opera e a considerarla. I galleristi ne hanno riconosciuto la potenza comunicativa e hanno assecondato i writers, organizzando esposizioni a loro dedicate. Dopo la prima mostra al City College nel 1972 nasce l'Uga (United Graffiti Artists), un'organizzazione dove gli writers si potevano riunire e pianificare la diffusione della loro arte.
Dai primi Anni '80, dopo un famoso documentario ad esso dedicato (StyleWars) e la proiezione di un film dedicato allo stile dei writers, il graffitismo si diffuse anche in Europa a partire dalle città di Amsterdam e Parigi per arrivare poco dopo alla Germania, alla Spagna e alla Svezia. Diventando più internazionale la graffiti art si è sviluppata in stili più complessi ed evoluti come lo Wild Style fondato sempre su lettere e numeri combinati e legati tra loro fino a diventare macchie di colore, si riconoscono personaggi dei cartoni animati (puppets) e si individua così un'atmosfera parallela, un mondo artistico underground completamente scisso dalla realtà. Si parla a questo punto di Street Art, l'arte della strada, riconoscendo con questo termine una vera e propria forma d'arte superando il concetto della firma identificativa e approdando all'idea di un'opera interamente contestualizzata nella città.
Per alcuni, ancora oggi, il graffitismo viene inteso come una forma di vandalismo in particolar modo  quando si vedono imbrattati anche monumenti e opere architettoniche che possedevano una loro identità storica ma con il passare dei decenni dalla dura repressione si è giunti ad alcuni compromessi utili sia per gli artisti che per le amministrazioni. Qualche comune decide di mettere a disposizione dei writers delle superfici o delle zone particolarmente spoglie del quartiere per poter dar loro la possibilità di espressione e al contempo favorire una valorizzazione del territorio.

 

Graffitismo: protagonisti

 

Uno dei più importanti esponenti del graffitismo americano è senza dubbio Jean Michel Basquiat. L'artista, di origini haitiane, insieme all'amico Al Diaz che operava sui muri di Manhattan, propaga la cultura del graffitismo con bombolette spray e pennarelli indelebili riportando sui muri di New York idee spesso incomprensibili e rivoluzionarie. Nel 1968 l'artista venne investito da un'auto e durante la degenza ha modo di leggere un libro che la madre gli aveva regalato che lo affascina a tal punto da influenzare moltissimo la sua arte: il libro era Grey's Anatomy e da lì in avanti compaiono nelle opere elementi anatomici spesso trasfigurati. SAMO è la tag scelta dall'artista e utilizzata per i lavori eseguiti prima della separazione da Al Diaz. Samo è l'acronimo di "SAMe Old shit" (letteralmente la solita vecchia merda) e risulta alquanto esplicativo dell'irriverenza, della provocazione e dello sfondo ironico che sono alcune costanti della sua produzione.
Sul finire degli anni Settanta a Philadelphia erano già noti due writers (Cornbread e Cool Earl) ma è a New York che il graffitismo acquista una coscienza autonoma underground. Taki 183, famoso per le sue 300000 firme riconosciute, fu il primo a sperimentare l'operazione chiamata “motion tag”:  i graffiti compaiono sui vagoni dei treni della metro e cresce sempre di più l'interesse dei giovanissimi per questo tipo di arte che viaggia come un pezzo di personalità dell'artista destinato a fruitori sconosciuti che saranno in qualche modo obbligati a conoscerla.
Tra i writers cresce la rivalità e la lotta per il predominio fisico degli spazi rendendo sempre più personalizzate e per questo riconoscibili le tag. Stay High 149 introduce la figura di uno spinello come gambetta della H che compone il suo nome, Phase 2 inventa le bubble letters, con Tracy 168, Cliff 159 e Blade One nascono i primi murales e si dà inizio ad una vera e propria guerra di stile.
L'artista in assoluto più conosciuto e più premiato dal mercato è senza dubbio Keith Haring, reso famoso dai suoi omini stilizzati, provenienti dalle strisce dei fumetti, ritratti in forme vitali energiche, che richiamano spesso il mondo dell'infanzia e quello del consumismo. L'artista ha prodotto opere sia sui muri e sia sulla tela, ha partecipato a numerose mostre ed è entrato a pieno titolo nel mondo del commercio dell'arte che conta. Se inizialmente il dipingere su supporti invendibili era per i writers condizione necessaria per l'irriverenza e la contestazione al consumismo, l'arte di Haring ne modifica il fine. La sua è un'arte che non si pone limiti di alcun genere.
Haring dedica la sua vita all'arte, alla libera espressione, alla ricerca continua di un percorso,  raggiungendo però apici di esagerazione facendo consumo di droghe, anche molto pesanti. Muore a soli 32 anni colpito dall' AIDS. 
Da New York il nuovo concetto del graffitismo si diffonde in diversi Paesi e in particolare in Inghilterra dove erano presenti già alcune personalità riconosciute. Uno dei writers più interessanti in questo contesto è Bansky, attivo a Londra verso la fine degli Anni '80. I suoi disegni sono puliti e  sfacciatamente ironici, le tematiche preferite sono etiche e politiche non senza provocazioni satiriche. Un esempio eclatante è il ritratto su muro di una cameriera intenta a pulire la strada e a nascondere il tutto sotto al muro che si solleva in un angolo come fosse un tendone: è un chiaro gesto provocatorio contro chi sosteneva che i graffiti avrebbero sporcato i muri.
Molte sono state le denunce, l'impegno della polizia per evitare queste manifestazioni è stato notevole senza però riuscire a limitarle. E il dibattito sulla legittimità del gesto rimane sempre attuale.

Io non penso all'arte quando lavoro. Io tento di pensare alla vita, Jean-Michel Basquiat


Paolo Mozzo - Febbraio 02 - 2016