Un'arte “spaziale”!


Arte contemporanea: movimenti artistici e riflessioni

Sandro Orlandi - Marzo 02 - 2016

Lo spirito diffonda la sua luce nella libertà che ci è stata data, Lucio Fontana (Secondo Manifesto dello Spazialismo)

Lucio Fontana, Concetto spaziale, la fine di Dio, 1963
Lucio Fontana, Concetto spaziale, la fine di Dio, 1963

 

 

Dopo le ricerche effettuate dal Futurismo che inseguiva la chimera della rappresentazione del movimento nel suo essere vortice, nella velocità e rapida immediatezza del moto, un gruppo di artisti osò andare oltre, penetrando letteralmente nello spazio. Accade nel 1947 proprio a Milano, città emblema del Futurismo, ad opera di Lucio Fontana, artista argentino di nascita e milanese di adozione.
L'idea è una rivoluzione totalizzante che come spesso accade non viene compresa immediatamente nella sua enorme genialità. Lo spazio rivede completamente il suo ruolo nel fare artistico: da luogo di sviluppo di una rappresentazione diventa strumento di comunicazione, protagonista sollecitato.
Su questo tema nel 1946 a Buenos Aires viene redatto da Fontana il primo manifesto (Manifesto Blanco) che parla di esigenze dell'uomo diverse, non più soddisfatte dalla figura, dal colore e dalla materia rivolgendosi ad una nuova arte capace di sintetizzare in un solo gesto reso eterno, il tempo e lo spazio. Nel 1947 l'artista si trova a Milano e con un gruppo di intellettuali redige il primo Manifesto dello Spazialismo dove si dichiara di voler svincolare per sempre l'arte dalla materia per renderla veramente eterna. La nuova espressione artistica non è più oggettivante ma si basa solo sulle sensazioni ambientali che si riescono a percepire, sullo spazio nel suo essere arte e possibilità.
Al primo Manifesto seguirono il Secondo, la Proposta di un Regolamento del Movimento Spaziale, il Manifesto Tecnico dello Spazialismo, il Manifesto dell'Arte Spaziale e il Manifesto del Movimento Spaziale per la televisione firmato nel 1952, anno in cui la Galleria del Naviglio presenta la prima collettiva dedicata all'arte spaziale.
L'innovazione concettuale sta nel riconoscere l'arte nel gesto dell'artista e non nel contenuto argomentativo ecco perchè si arriva a bucare la tela e tagliare la superficie pittorica: l'opera d'arte può essere un buco o uno strappo ma è un vuoto creato da un gesto che si è reso immortale e non immobile.
Lo spazio è una costante della vita, ognuno di noi è costretto in ogni momento a doversi confrontare con un ambiente; quelli che fino a questo momento erano stati gli elementi per esprimere una rappresentazione (tela, colori, pennello, disegno), ora servono soltanto come strumento per permettere allo spazio di esprimersi da solo. 
Rimane costante nelle teorizzazioni del gruppo la volontà di creare e trasmettere emozioni nuove e diverse costringendo il fruitore ad interrogarsi e a godere del suo stupore.
Le “colonne d'Ercole” del pensiero umano sono state varcate: la quarta dimensione è stata raggiunta e viene rappresentata attraverso un gesto. 
Certamente lo spazialismo è un movimento che ha cambiato per sempre il modo di vedere l'arte.
La potenza di questa rivoluzione è che non necessita di parole o di concetti che la rendano comprensibile o riconoscibile: se ci si trova davanti ad un'opera spazialista, non si ha alcun dubbio, il pubblico ora può anche entrare nell'opera, non solo in una dimensione spirituale ma anche  fisicamente, come accade per le opere-stanze.
La comunicazione è diretta, lacerante e rivelatrice di un qualcosa in più, di uno spazio al di là dell'opera e di un gesto che lascia una traccia indelebile.

 

Lucio Fontana

 

Il protagonista indiscusso del movimento spazialista è Lucio Fontana. Nato in Argentina dove è vissuto solo nei primi anni di vita e dove ritornò dopo l'esperienza militare nella Prima Guerra Mondiale, si avvicina al mondo dell'arte lavorando nella bottega del padre scultore a partire dal 1910. E' lui stesso a dichiarare di essere stato rapito dal fascino degli altorilievi barocchi, dalla osservazione dei quali nacquero i primi pensieri sullo spazialismo tanto da scrivere “le figure pare abbandonino il piano e continuino nello spazio”.
A partire da queste sue riflessioni si è arrivati al concetto spaziale di un'arte che riesce ad andare oltre abbandonando il supporto e liberandosi nella potenza di un gesto.
La necessità di rendere teoria consolidata questa idea spinge Lucio Fontana e gli altri aderenti a redigere alcuni manifesti: rientrato a Milano nell'Aprile del 1947 l'artista firma il Primo Manifesto dello Spazialismo, l'anno seguente vede l'uscita del Secondo Manifesto dello Spazialismo e nel  1950 esce il terzo manifesto spaziale Proposta per un regolamento. La sua ricerca si approfondisce e nel 1951 espone alla IX Triennale un'opera costituita da neon, scatenando le più diverse reazioni critiche. Gli Anni '50 sono anche il periodo del ciclo dei “buchi”, probabilmente quello che insieme ai “tagli” l'hanno reso così celebre. Fora la carta dando origine ad un opera in colloquio aperto con lo spazio che la circonda e che riesce a sfumare il confine materiale del supporto con l'infinita possibilità di un'area aperta, generando con la stessa intensità stima e dissenso. 
Spingendosi ancora oltre nella sperimentazione, Fontana, oltre a forare le tele vi applica colore, inchiostri, pastelli, collages, lustrini e frammenti di vetro, rendendo l'osservazione ancora più complessa. I primi “tagli” compaiono intorno al 1957 ed in questo periodo l'artista è già riconosciuto a livello internazionale. L'integrità della superficie viene violata e lacerata ma in senso metaforico risulta un'apertura, una possibilità creativa diversa e affascinante. Questo particolare gesto, voluto dall'artista per renderlo eterno, offre una visione diversa dell'astrattismo, integrandolo però con una chiave di lettura concettuale. Lo stesso titolo “Concetto Spaziale” pone l'accento su tale connubio: il pensiero, lo spazio, l'arte senza la figura sono uniti in un legame reso immortale.
La poetica informale materica, diffusa in questi anni, era in ogni caso orientata a dare importanza al gesto, riconoscendo in esso un potere artistico più comunicativo rispetto al disegno oggettuale, e allo stesso modo, anche l'Action Painting americano di Pollock degli Anni Cinquanta, era incentrato sulla potenza del gesto, ma il passo compiuto da Fontana permette di oltrepassare anche la bidimensionalità creando, a differenza delle altre forme artistiche, un rapporto con lo spazio esplicitato e imposto.
La forza dell'opera di Fontana sta nella capacità di riuscire a rappresentare il dinamismo e lo spazio attraverso una visione statica. Il taglio, i buchi, i graffi, appartengono ad un'estetica immobile eppure il risultato che se ne ottiene è la percezione di dinamiche meravigliose rese con il minimo sforzo.
Fontana si è sempre fatto guidare dalla sua sensibilità visiva e non ha mai smesso di ricercare nuovi effetti su nuovi materiali: dalla ceramica, alla carta, alla tela e alla sabbia. Di ritorno da un viaggio a New York, negli anni '60, attratto dalle fantasie delle luci americane, inizia a lavorare anche su metalli riflettenti, bucandoli e creando una particolare sintonia tra pieno, vuoto e luce. In questi anni la sua fama è ormai consolidata e le sue partecipazioni internazionali già numerose, oggi le opere di Fontana raggiungono cifre stellari, registrando  in asta alcuni record nella storia del mercato dell'arte.

Si va formando una nuova estetica, forme luminose attraverso gli spazi. Movimento, colore, tempo, e spazio i concetti della nuova arte , Lucio Fontana

 

Ancora nello Spazio...

 

Tra i protagonisti dello spazialismo più conosciuti in Italia ci sono oltre a Piero Manzoni sicuramente Enrico Castellani, Agostino Bonalumi, Paolo Scheggi e più tardi anche Turi Simeti. Castellani e Bonalumi insieme a Manzoni fondarono “Azymuth”, una rivista e un movimento nato nel 1959, a Milano, per promuovere una ricerca artistica diversa, basata sulla luce, sulla superficie e sullo spazio, che si poneva come obiettivo quello della realizzazione di “quadri-oggetto”, monocromi e senza nessun riferimento figurativo; con la manifesta intenzione di andare oltre la pittura ed oltre la scultura, nella creazione di un oggetto a sé significante. Il progetto riuscì ad affascinare facendoli partecipare attivamente all’iniziativa artisti come Lucio Fontana, Giò Pomodoro, Kurt Schwitters, Arnaldo Pomodoro, Romyn, Mimmo Rotella; e poeti come Nanni Balestrini, Antonio Tullier, Emilio Villa. 
Enrico Castellani nelle sue opere sceglie il monocromo che quasi sempre è il bianco, proprio per sottolineare l'assenza di scambio vitale tra colore, tela e occhio osservante.
Decide di giocare con gli effetti ottici che le numerose punte aggettanti creano rimbalzando la luce in sfumature diverse nello spazio indagando le diverse possibilità che la superficie propone.
In linea con la filosofia artistica di Fontana, Castellani rende interlocutrice la tela provocandola nelle estroflessioni del materiale attraverso l'applicazione dal retro di chiodi, centine e di sagome di legno o metallo.
La risultante è l'eleganza pura di una scoperta candida, semplice e al contempo entusiasmante, di un'arte dinamica ma statica nello stesso tempo. Questa poetica diventa la sua cifra stilistica rendendolo riconoscibile a livello internazionale.
Allo stesso modo Bonalumi, frequentatore dello studio di Enrico Baj come gli amici Fontana e Castellani, viene associato indissolubilmente ad una pittura fisicamente di rilievo capace di “muovere” attraverso imbottiture e strutture guida di legno, la tela. Questo tipo di tendenza era diffusa anche nell'arte minimal americana indicata con il nome di Shaped Canvas proprio per indicare una forma propria assunta dalla superficie che un tempo era pittorica mentre ora sembra poter esistere autonomamente. Caratteristica dell'estetica di Bonalumi è l'estroflessione per linee parallele, che si strutturano in cadenze ritmiche talvolta interrotte da brusche deviazioni angolari per poi ritornare nella razionale linearità. La sua ricerca negli anni non è rimasta immutata e l'artista ha prodotto anche opere in cui le forme imposte alla tela ricordano bolle esplosive e implosive, ha presentato superfici che nascondevano fili contorti e serpentini oppure forme irregolari che si confrontano emergendo in punti diversi della stessa superficie. 
Turi Simeti, in continuità con tale concetto artistico, lavora invece con le forme ovali, facendole emergere con l'aiuto di strutture sagomate di legno spinte dal retro dell'opera. L'estroflessione della tela procura rimbalzi di luce molto raffinati.
Paolo Scheggi, scegliendo come gli altri aderenti allo spazialismo tele rigorosamente monocrome, ha lavorato sulle sovrapposizioni concentriche di forme rotonde, creando buchi a partire da sovrastrutture. La profondità creata dai moduli ripetuti crea l'effetto di movimento e la sensazione di un ritmo incalzante. L'osservatore si trova davanti ad un progetto ben studiato e calibrato, che incuriosisce per la presenza di quelle particolari aperture morbide. Scheggi ha lavorato anche ad ambienti interi, vere e proprie stanze create con la stessa tecnica in grado di catapultare il visitatore in un mondo diverso, razionale ma in continuo mutare.
Lo spazialismo ha introdotto nella concezione artistica l'idea dell'ordine geometrico e della piacevolezza di una superficie monocromatica tanto che la tela diventa il luogo di un'architettura elegante, slanciata e dinamica.

 La superficie quale elemento cromatico rifrange la luce, lo spazio come attraversamento, nelle sue molteplici profondità, determina una percezione diversa, Paolo Scheggi

 

Spazialismo Veneto

 

Nel periodo postbellico molti letterati e artisti si trovarono impegnati al fronte nella laguna veneziana, favorendo nuovi contatti e scambi di visioni culturali.
Milano, centro ufficiale della nascita della corrente spazialista, era stata lo scenario della redazione del Manifesto del movimento spaziale per la Televisione che vede tra i firmatari anche Mario Deluigi. Quest'ultimo, insegnando all'accademia di Architettura di Venezia, è stato uno dei portavoce del movimento milanese nel Veneto.
Deluigi interviene sulla tela attraverso il grattage, ovvero un procedimento basato sulla raschiatura del colore per rivelarne l'identità nascosta. Lo spazialismo in quest'ottica appare come una rielaborazione particolare della luce che riflettendosi rivela uno spazio da esplorare, prima di allora sconosciuto. Lo stesso artista afferma “Lo spazio per Fontana era dimensione, mentre per me è tempo” per sottolineare proprio la diversa visione dello stesso protagonista, lo spazio.
Si tratta quindi di un'approfondita indagine alla ricerca di una perfetta corrispondenza tra emozione ed organismo spaziale. L'intenzione è quella di costruire i segni con la luce.
Un altro protagonista fondamentale per lo spazialismo veneto, il più giovane del gruppo, è Tancredi Parmeggiani il quale, grazie anche al fortunato incontro con Peggy Guggenheim, ha potuto frequentare in quell'ambiente gli artisti più trasgressivi e stimolanti del momento.
La sua idea rimanda ad uno spazio in cui un punto si perde nel vuoto: in completa autonomia rispetto alle altre tendenze spazialiste rielabora il significato del punto come figura. Influenzato molto probabilmente da  Punto, Linea, Superficie di Kandinskij afferma: “Il punto è l'elemento  geometrico meno misurabile che ci sia, ma il più immediato da ideare; il punto dà l'idea del vuoto da tutte le parti, di dietro, ai lati, davanti...”
In effetti Fontana, aveva già impostato la sua ricerca proprio su quel punto che materializzato è diventato poi un buco che ha lacerato la tela ma Tancredi ne ha rielaborato una visione propria che coniugava l'idea del movimento espresso dalle correnti artistiche quali l'Action Painting con l'idea dello spazio attraverso vortici di colori e vertiginose ripetizioni di elementi astratti.
La prima esposizione ufficiale degli Artisti spaziali veneziani venne allestita nel 1952 presso la Galleria del Cavallino a Venezia dove figura anche Edmondo Bacci, altro esponente veneziano che rende il colore gesto fluttuante nello spazio attraverso una visione in qualche modo romantica del movimento. Utilizza spesso anche impasti e malte, uso derivato da un lessico compositivo di estrazione neoplastica a lui noto. Anche Virgilio Guidi, artista già affermato si affaccia allo spazialismo veneziano insegnando all'Accademia di Belle Arti di Venezia: intorno al '48 nasce la sua poetica della "luce spaziale" sulla convinzione che la luce è il vero principio su cui si reggono tutte le cose. Egli stesso cita in proposito Sant'Agostino, per cui senza luce non ci sarebbero né forme, né colori. 
Al movimento dello spazialismo veneto hanno aderito anche Gino Morandis, Armando Pizzinato ed il giovane Ennio Finzi.
In definitiva, l'apporto veneziano e più in generale vento alla corrente dello spazialismo è stato molto importante ai fini di una più aperta visione della rielaborazione spaziale. Nonostante le tendenze sempre più innovative e slegate dalla tradizione passata, anche in questo contesto si è mantenuta salda la caratteristica storica della cultura artistica veneta: l'uso del colore e della luce. Lo spazialismo veneto è identificato dalla presenza di un cromatismo elaborato nel riflesso di uno studio della luce mai dimenticato.

 

Un uomo è tanto più grande quanto più universo ha in sé; un quadro è tanto più grande quanto più universo ha in sé, Tancredi


Sandro Orlandi - Marzo 02 - 2016