Macro: ovvero la caccia al tesoro


CAFFèLARTE

Marthe Happi - Aprile 01 - 2016

Il mondo è un teatro, vieni , vedi e te ne vai. (proverbio latino)

imgMuseo bello, di un'architettura raffinata, ben riuscita, curata nei minimi particolari, tutto perfetto, ma le opere dove sono?  Le poche opere esposte sembrano collocate  in maniera quasi accidentale, tuttalpiù delle decorazioni per un ambiente già pregnante, in questo contesto anche il bancone del bar assume il ruolo di un'opera d'arte. Una struttura di così alto profilo è già di per sé un'opera d'arte che può vivere anche senza contenuti. Ci si pone allora l'interrogativo se sia giusto che l'architettura con la forza della sua dimensione, con l'effetto scenografico e con la propria assoluta originalità sovrasti qualsiasi altra presenza, o non sia forse compito dell'architetto quello di creare degli spazi funzionali allo scopo. In questo museo le opere di arte contemporanea diventano solo un modesto pretesto per avvalorare la realizzazione di un intervento architettonico così caratterizzato. Bello, non c'è niente da dire, ma l'arte che ci sta a fare? Viene da pensare che l'effetto risultante sia così forte da condizionare le scelte delle opere che in esso possono trovare una adeguata collocazione e addirittura suggerire agli artisti l'esecuzione di opere funzionali a questa struttura. La tendenza di considerare il museo come un contenitore che deve avere una propria immagine fortemente personalizzata è probabilmente iniziata con la progettazione da parte di Frank Lloyd Whrigh del Guggenheim di New York, continuata con il Centre Pompidou di Parigi disegnato da Renzo Piano fino ai recenti complessi museali progettati dai più famosi architetti. Tendenza che enfatizza il contenitore più che il contenuto e il funzionalismo, così a lungo propugnato dal razionalismo, dove è finito?
Venendo alle opere: all'ingresso si nota la scultura  “Fleximofoni” di Piero Fogliati, con una ricerca sul suono del vento, mentre nella grande sala accanto vi sono tre installazioni una di Arcangelo Sassolino, che gonfiandosi si modifica e genera dei rumori assordanti, una del rumeno Dan Perjouschi, che per mezzo delle scritte critica alcuni aspetti della società, ed una di grande effetto del brasiliano Ernesto Neto. Al primo piano nella Galleria Bianca troviamo una collettiva con opere di Gilbert&George, Alighiero Boetti, Penone ed Ontani, un bellissimo De Dominicis, 24 foto di vari fotografi, tra cui cinque del milanese Enrico Cattaneo, un interessante scheletro inginocchiato di Marc Quinn ed altri. Sullo stesso piano l'artista USA Sarah Braman espone opere di grandi dimensioni giocate sull'instabilità ed il valore monumentale dell'oggetto. Accanto alla grande “piscina” rosso arancio sopra la sala conferenze vi è un delizioso lavoro di Riccardo De Marchi dedicato alla scrittura, un incrocio tra i buchi di Fontana e l'alfabeto Braille.  In un sala vicina vengono proiettati dei video, bellissimo quello su Perilli di Fabio Sargentini. Al terzo piano la visita continua con l'esauriente mostra di Anton Gormley e l'inesistente ed assurdo “laboratorio” di Mario Schifano, per il quale si sono applicati ben in tre ma per capire di cosa si tratta non basta la lunga spiegazione esposta, il “grande” Mario meriterebbe molto, molto di più. Qui si conclude la nostra caccia al tesoro costata 10 euro, non abbiamo vinto nulla, sarà per la prossima volta.

Marthe Happi - Aprile 01 - 2016