Arte Povera


Arte contemporanea: movimenti artistici e riflessioni

Nico Simoni - Marzo 04 - 2016

La ricchezza mangia, la povertà si nutre. Francisco de Quevedo

imgL'arte povera è un movimento artistico, sviluppatosi tra Roma e Torino, che riconosce le sue radici a partire dalla seconda metà degli anni '60.
Germano Celant, il teorico che ha seguito da vicino le espressioni artistiche del gruppo coniandone l'espressione “arte povera” spiega la loro filosofia con poche ed esaustive parole: egli afferma che l'arte povera si manifesta essenzialmente “nel ridurre ai minimi termini, nell'impoverire i segni, per ridurli ai loro archetipi”. Ecco perchè gli artisti prediligono i materiali cosiddetti poveri come la terra, il legno, il ferro, gli stracci, la plastica, gli scarti industriali, l'acqua o la luce.
Nel contesto di una ricerca artistica rivolta in quegli anni al nuovo motivo concettuale, la corrente dell'arte povera si inserisce senza rotture ma con una proposta diversa. L'impiego dei materiali non tradizionali, naturali e spesso organici manifesta la volontà di impossessarsi dei valori primari eliminando il superfluo e fornendo delle chiavi di lettura concettualmente diverse dal tradizionale approccio ad un opera d'arte.
Il fruitore riesce a comprendere ed apprezzare l'arte povera solo se ne capisce il pensiero di fondo, il risalto degli elementi primi e soprattutto la volontà di instaurare un dialogo continuo tra materia, fruitore e ambiente.
Non a caso, gli esponenti di questa corrente preferiscono produrre installazioni, talvolta anche molto imponenti, piuttosto che limitarsi alla superficie di una tela o di una tavola. L'istallazione, come la performance, permette un inserimento naturale nell'ambiente e un colloquio assolutamente spontaneo con tutto ciò che lo circonda.
L'intento è quello di indietreggiare verso esperienze primordiali, riducendo al minimo gli aspetti pittorici, coloristici e tecnici per privilegiare invece un vitalismo naturale che non vuole in alcun modo imporsi. 
Il clima che ne consegue è spesso freddo, neutrale e asettico.
All'interno di questa corrente si possono delineare due linee guida fondamentali ai quali gli artisti si rifanno interpretando con diversi linguaggi l'arte povera. Un gruppo di artisti rivolge la propria ricerca al flusso vitale primordiale, concentrando il loro fine al catturare lo spazio, la materia e la vita reale, un esempio su tutti è l'opera di Michelangelo Pistoletto. L'altro orientamento invece preferisce vedere l'opera come una riduzione, una eliminazione del superfluo per arrivare all'essenza della materia individuando una certa connessione con le tendenze della Minimal Art proveniente dall'America, ed è il caso di Mario Merz.
Il panorama storico e politico in quel periodo era  pieno di contraddizioni e carico di tensioni: erano gli anni in cui scoppiavano le rivolte studentesche e operaie e in cui si rivendicava l'uguaglianza sociale. L'arte povera si estranea da tutto ciò desiderando di captare il flusso vitale primordiale, quello più vero, l'unica certezza non confutabile.
I lavori spesso non sono considerati come opere concluse ma come processi che trovano la propria realizzazione in una trasformazione dei materiali coinvolti nella stessa opera, che si contaminano l'un l'altro e mutano il loro esistere con il trasformarsi dell'ambiente circostante. L'idea che ne deriva è quella di un vero organismo vitale che muta con il trascorrere del tempo.
Il fascino di questo tipo di arte è riflesso dai significati criptici, dal coinvolgimento di materiali conosciuti da tutti, famigliari ma allo stesso tempo composti in un modo misterioso ma semplice. E' autentica nei materiali e riservata nel colloquio con lo spettatore.
E' un'arte che fa della povertà una ricchezza a disposizione di tutti.

 

Il gruppo per il quale Germano Celant conia il termine “arte povera” era costituito da Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolmi, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Punì e Gilberto Zorio.
Uno dei più conosciuti, ancora presente nella maggior parte delle fiere di arte contemporanea in Italia è il torinese Mario Merz: contaminato dalla poetica informale, dopo le prime sperimentazioni trova la sua dimensione artistica con l'utilizzo del neon. La luce, la sua irradiazione esercita un fascino particolare sull'artista che ne rielabora il concetto e la forma. Non si limita infatti ad un utilizzo minimal del tubo lineare fluorescente ma preferisce sempre il motivo spiraliforme a sottolineare la forza vitalistica di una forma semplice ma al contempo vivace e attiva.
Lavora anche sull'apprezzamento delle forme estetiche pure, componendo opere con le cifre della serie di Fibonacci risultate dalla somma delle due cifre precedenti. Nei vent'anni di attività di quest'artista si può riscontrare un'assoluta fedeltà a pochi temi prescelti: oltre la serie di Fibonacci, Merz è diventato noto anche per i suoi igloo, costruzioni primitive, di estrema semplicità ma anche di comprovata solidità risultante da una forma estetica morbida e semplice. Merz li propone costruiti con diversi materiali come il gesso, la cera, la creta, lastre di vetro o strutture di ferro e li presenta come fossero scrigni contenenti tesori di cultura passata e futura, ricchi di vitalità.
Un altra personalità notevole e rilevante per il gruppo è quella di Michelangelo Pistoletto. Nel 1978 egli scrive un testo intitolato “Divisione e moltiplicazione dello specchio” nel quale afferma: “Se l'arte è lo specchio della vita io sono lo specchiaio”. Questa è senz'altro la frase che lo rappresenta meglio nel suo concetto di arte intesa come cornice della vita reale, in grado di mettere a nudo, di palesare alcuni aspetti naturali e poco osservati della vita stessa.
Le sue opere sono lastre di acciaio inox lucidate a specchio sulle quali vengono applicate immagini ottenute mediante una tecnica di riporto fotografico: gli spettatori riconoscono la loro figura e l'ambiente che li circonda. Pistoletto coinvolge fisicamente nell'opera gli osservatori instaurando una comunicazione diretta tra opera e vita, proprio in linea con il principio vitalistico più generale dell'arte povera. Parlando dei suoi specchi Pistoletto afferma: “il risultato non può essere un'ipotesi. Il risultato è vero”.
Dall'ambiente torinese emerge anche un altro nome, quello di Gilberto Zorio il quale fa dell'energia la protagonista del suo lavoro.
Sceglie forme semplici come la canoa o la stella, elemento che lo ha reso riconoscibile, riconoscendo in essa una proiezione in una figura definita del cosmo: una forma elementare che racchiude in sé molti misteri. Zorio compone spesso delle installazioni, anche di dimensioni molto notevoli, a rimarcare l'importanza del legame con l'ambiente rafforzandone il potere energico attraverso le dimensioni.
La ricerca di Zorio comprende anche fluorescenze e reazioni chimiche in divenire particolarmente sofisticate creando una contrapposizione tra l'estetica dell'archetipo e quella dello sviluppo tecnologico.
Giuseppe Penone, invece, svolge una paziente opera di documentazione antropomorfa, a partire dalla propria pelle e dalle proprie impronte; misura attentamente i nodi dei tronchi degli alberi o di altri fenomeni vegetali, costringendo l'osservatore ad una riflessione profonda su forme estetiche famigliari ma poco osservate.

La corrente dell'arte povera vanta altre personalità rilevanti come Pier Paolo Calzolari, Giovanni Anselmo, Luciano Fabro, Alighiero Boetti e Giulio Paolini.
Il primo, Calzolari, sceglie di avvalersi di materiali effimeri, soggetti ad una trasformazione rapida nel tempo, come il ghiaccio, il fumo nero delle candele, il fuoco, la sabbia, foglie di tabacco, cera, sale, piombo, grassi, muschio o pentole di acqua. Costruisce delle installazioni piuttosto precarie che sono al limite tra l'opera, l'installazione e la performance.
La sua arte è ricca di riferimenti poetici, di silenzi e rumori racchiusi in strutture complesse che in linea con la filosofia dell'arte povera, interagiscono con l'ambiente trasformandosi in esso.
Giovanni Anselmo, dopo aver abbandonato la pittura nel '64, accosta materiali organici ad altri non organici preferendo quelli di provenienza agricola: ecco quindi che il legno e la pelle animale si compongono in un unica opera così come il granito e l'insalata. E' un artista che lavora moltissimo sul concetto degli opposti scegliendo di far sposare materiali e concetti totalmente diversi senza elaborazioni forzate ma attraverso un'unione che sembra verificarsi naturalmente fino a riuscire a scorgerne una fusione ben proporzionata. Anselmo si è servito anche della fotografia per fissare azioni creative irripetibili e delle proiezioni per dare rilievo a particolari reali o concettuali. 
Luciano Fabro partecipa attivamente al gruppo di Celant a partire dal 1967 e comincia a proporre soluzioni composte di vetri, specchi e metalli. Successivamente, orienta la sua riflessione verso l'intenzione di comunicare, attraversi i materiali poveri, anche dei concetti più complessi e sviluppa delle serie di opere in questo senso. Con la serie Italia (dal 1968) viene ritratta la penisola attraverso   materiali diversi (bronzo, vetro, pelliccia, cuoio, oro ecc.) alludendo ironicamente alla situazione politica ed economica del paese; con la serie Attaccapanni (1976-82), sfrutta le potenzialità espressive di pannelli di stoffa appesi alle pareti mentre la serie Effimeri (1985-89) è costituita da composizioni di elementi geometrici mobili prevalentemente in marmo e in metallo.
Il rapporto tra spazio, fruitore e opera d'arte è sempre al centro della ricerca artistica.
Alighiero Boetti è conosciuto soprattutto per i suoi ricami. La superficie viene solitamente suddivisa in riquadri in qui l'artista gioca con lettere e colori scambiati e accostati. Il materiale prescelto, il tessuto, ha un sapore di artigianale e i colori molto vivaci ne risaltano la luminosità e il gioco risultante dall'accostamento delle lettere.
Con Giulio Paolini invece il discorso è più complesso. E' un artista che manifesta sicuramente delle linee comuni con la poetica dell'arte povera ma le sue opere spingono anche verso il concetto opposto. Evita l'utilizzo dei mezzi artistici tradizionali, coerentemente con gli altri “poveristi” ma, soprattutto a partire dagli anni '80 arricchisce la sua espressione in modo notevole includendo attributi letterari e riferimenti mitologici: il repertorio iconografico si estende fino a ritrarre immagini cosmiche. Paolini riflette perlopiù sul ruolo dell'arte, sulla funzione dell'artista e sul modo di percepire dello spettatore. La rappresentazione diventa un settore di indagine a sé stante capace di inviare messaggi come l'arte vera e propria.
In generale quindi, gli artisti di questa corrente hanno saputo utilizzare materiali elementari, poveri ma per poter arrivare a concetti e riflessioni molto più ricche.

 

Che cos'è l'arte se non un modo di vedere?, Thomas Berger 


Nico Simoni - Marzo 04 - 2016