Implosione ed esplosione tra luci e ombre: l'Arsenale alla Biennale di Venezia


CAFFèLARTE

Katia Caloi

Rubrica per Art Weekly Report; 25 luglio 2011, Area Research, Intelligence e Investor Relations Banca Monte dei Paschi di Siena
imgSono nove i Paesi ospitati all'interno dell'Arsenale veneziano nella 54a Esposizione Internazionale d'Arte. Poetiche diverse e realtà lontane tra loro si amalgamano sullo stesso suolo veneziano, all'interno di uno spazio comune che invita lo spettatore ad abbandonare momentaneamente le coordinate spazio-temporali. Tra luci e ombre, implosioni e intrattenibili esigenze esplosive ha inizio il percorso all'interno della storica Industria navale.Nell'estetica occidentale la luce definisce il canone della bellezza; mentre l'Oriente non esclude a priori ombre e oscurità. In "All Things are Visible", la Cina, tramite l'installazione di Yang Maoyuan, sfida il senso comune che trova appagamento nella vista: migliaia di vasetti di varie dimensioni celano al loro interno profumate erbe medicinali. Il principio attivo è custodito in minuscoli spazi angusti, la capacità terapeutica delle erbe solletica l'olfatto mentre i nostri occhi non riescono a cogliere niente di più. La stessa poetica di disorientamento che si stabilisce tra l'opera e quello che effettivamente la vista coglie raggiunge anche la Croazia in "One Needs to Live Self-Confidently..Watching", dove gli artisti del collettivo performativo BAD.co si interrogano tra il potere delle immagini e il coinvolgimento dell'immaginazione di chi assiste all'evento. L' installazione trasforma lo spazio espositivo in un laboratorio d'analisi per esaminare il potere delle immagini, attraverso diverse modalità e condizioni di visualizzazione, e le loro possibilità critico-trasformative. L'atto stesso del vedere diviene il "soggetto" all'interno di un gioco ossessivo, risolto tentando un 'non-stop immagine' della pellicola, privata della presenza di interpreti.Occidente e Oriente si incontrano nel Padiglione dell'Arabia Saudita: Venezia e La Mecca, come due gemelli eterozigoti, coesistono in "The Black Arch" di Raja e Shadia Alem. Il nutrimento intrauterino consiste di Luce riflessa e presenza fisica del Nero. L'acqua, emblema veneziano, elemento neutro e sinonimo di trasparenza scorre ora nel "Plane B" del Turco Ayse Erkmen; alludendo all'omologia tra corpo umano e forma industriale. L'acqua gorgoglia nelle tubazioni, in attesa di un piano alternativo a quello originario. "Piano B" propone sistemi e processi che fanno parte dell'esperienza quotidiana: il sangue che circola attraverso il corpo, capitali che fluiscono attraverso le frontiere, la fornitura di risorse naturali, mentre porge un riferimento poetico alla potenzialità di cambiamento. Nello stesso tempo l'opera è una sottile sferzata ironica nei confronti delle soluzioni a 'tempo determinato' all'interno dei sistemi complessi e delle strutture che ci circondano.Un piano decisamente concreto e sostenibile viene invece proposto dai Paesi in via di sviluppo. Sono questi ultimi ad essere investiti da potenzialità esplosive, come rivelano, ad esempio, i progetti artistici di India (Everyone agrees: It's about to esplode), pronti a palesare il desiderio di trasformazione-affermazione dell'individuo all'interno di una società restia ad esprimersi; e Cile con il Grand Sur di Fernando Prats, dove la mappatura delle scosse e delle fratture causate dai terremoti, manifestano l'indole crudele di una natura avversa all'uomo. Mondi sublunari e monumenti di civiltà scomparse riemergono nelle imponenti sculture d'argilla dell'Argentino Villar Rojas, portate finalmente alla luce da chissà quali abissi noetici. Villar Rojas intraprende progetti ambiziosi e complessi attraverso il recupero dell’artigianalità, distanziandosi dalle innumerevoli possibilità offerte dalla tecnologia.Le sue opere sanciscono il connubio fra una proposta contemporanea e l’uso di mezzi rudimentali. L'IILA implode in un fuori tempo "Entre Sempre y Jamàis", proponendo un progetto che ripercorre i duecento anni dell'Indipendenza latinoamericana, parallelamente ad una parata geografica dei paesi dell'America Latina. L'indole implosiva si innesta pure sul "Second Time Around" degli Emirati Arabi Uniti. Dopo la prima partecipazione dell'UAE alla Biennale di Venezia del 2009, quest'anno il programma espositivo è volutamente ridimensionato, in antitesi alle possibilità economiche del Paese. Tramite questa scelta ci si sofferma sull'essenza dell'esposizione, rapiti da evasivi fotomontaggi realizzati da Lateefa bint Maktoum, dove il nostro sguardo si smarrisce all'orizzonte, tanto quanto quello delle donne velate in balìa di malinconiche brezze , sospese in un cronotopo magicamente indefinito, proprio come noi, spettatori alla Biennale.img

Katia Caloi