Gina Pane: delicatezza ed espiazione nella Body Art


Arte contemporanea: movimenti artistici e riflessioni

Paolo Mozzo

"Il dolore è il gran maestro degli uomini. Sotto il suo soffio si sviluppano le anime".(Marie von Ebner-Eschenbach; da "Aforismi", 1880)

Rubrica per Art Weekly Report; Ottobre 2011, Area Research, Intelligence e Investor Relations Banca Monte dei Paschi di Siena

Gina Pane, 1973
Gina Pane, 1973

E’ una notte del 1973 alla galleria Diaframma di Milano. Qui una donna vestita interamente di bianco mantiene in un raccolto ed apprensivo silenzio la folla che la circonda. Gina Pane (francese, nata a Biarritz nel 1939) a soli 34 anni è già una tra i rappresentanti più autorevoli della Body art. Due anni prima con “Escalade”, Gina aveva ammutulito il pubblico con una serie di tagli di lametta autoinflitti sulla pelle, stando in scena. Ora si sta preparando per una nuova performance: si mostra agli spettattori con un grande mazzo di rose bianche. La sua mano inizia a staccare le grosse spine che trova lungo i gambi e con regale lentezza le inserisce nel braccio sinistro. La sua è una precisione clinica, un innesto realizzato con padronanza chirurgica dell'incisione. Le spine sono ora posizionate a 5 centimetri l'una dall'altra, dal polso fino alla piega dell’avambraccio. Seduta a terra, gambe incrociate, l'artista offre "il sacrificio" al pubblico. Poi un taglio a croce sul palmo della mano ed un altro poco più su, pericolosamente vicino alle vene del polso. Il suo martirio laico trova eco nel recupero di una corporeità di suggestione religiosa. Le ferite inflitte con il gesto artistico, divengono motivo di espiazione e purificazione. Dietro tale scelta autopunitiva si cela l'intento di far incontrare passione e purezza con il senso vivo della carne, vera protagonista dell'azione definita per l'appunto "sentimentale". La performer gioca sul chiasmo che si forma tra le rose rosse con il braccio integro e le rose bianche con il braccio invece lacerato. Il messaggio della performance verte sull'accettazione della vita nelle sue manifestazioni positive e negative ed esprime il dualismo dell'essere: bene male, purezza e passione, natura (spine) e cultura (lametta). Ma l’inizio della Pane era stato distante da quel decennio di sangue e corporalità. Gli anni compresi tra il 1968 e il 1976 (apice delle ricerche corporee), vanno di pari passo con una situazione di superamento della pittura e di recupero dei valori ambientali. Anche la Pane, vicina alle esperienze di Land art, ci propone all'inizio della sua attività un ritorno alla terra: in "Pierres déplacées" (1968) raccoglie delle pietre che giacciono all'ombra per spostarle al sole. La sua è una premura materna, una carezza, un gesto che ci trasmette la delicatezza di quest'artista. Nel momento successivo, nella prima decade degli anni Settanta, intervengono altri fattori: gli interni sostituiscono gli esterni e il dolore sostituisce il piacere. Il corpo di Gina Pane diventa il mezzo per esprimere in maniera non verbale i propri concetti, uno strumento di comunicazione che veicola attraverso il suo sangue la comunicazione alla collettività. Il tema è spesso quello di colmare un vuoto, il lutto della perdita dell’oggetto amato e di volerlo superare attraverso delle azioni estreme. Negli anni ’80 l’autrice presenta una variazione del suo linguaggio, nelle performances il suo corpo scompare; Gina Pane parla del corpo dei martiri e celebra l’assenza del corpo dalla rappresentazione, attraverso i numerosi elementi simbolici presenti sulla scena, che lo ricordano e lo rappresentano. Nonostante la violenza nella manipolazione estrema del corpo, la sua esperienza mostrava un incredibile controllo dei particolari. La sua quiete estatica di fronte agli abiti macchiati di sangue, le sue performances ricche di emotività e partecipazione, rivelano tutta la densità poetica di cui è intrisa la sua arte.

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Paolo Mozzo