Il canto dell'Arte Aborigena contemporanea


Arte Contemporanea: movimenti artistici e riflessioni

Katia Caloi e Sandro Orlandi

“Siamo tutti visitatori di questo tempo, di questo luogo. Siamo solo di passaggio. Il nostro scopo qui è osservare, imparare, crescere, amare..e poi tornare a casa.” (Proverbio Aborigeno australiano)


Rubrica per Art Weekly Report; Marzo 2012, Area Research, Intelligence e Investor Relations Banca Monte dei Paschi di Siena

M.N. Jagamarra, Cinque Sogni, Melbourne coll. Pizzi
M.N. Jagamarra, Cinque Sogni, Melbourne coll. Pizzi

Nel Tempo del Sogno, la terra era oscura e silenziosa. Forme di vita sconosciute che dormivano nelle sue viscere, si svegliarono con grande tumulto e “cantando” diedero un nome a tutto ciò che il loro cammino permetteva loro di incontrare. Poi ne sono divenuti parte essi stessi, addormentandosi nei luoghi chiamati dreamsites. Per migliaia di anni, gli uomini hanno vissuto in armonia con questi luoghi sacri tenendoli avvolti in una fitta rete di canti, affinché rimanessero vivi per sempre.
La pittura aborigena è insieme una pratica rituale e una forma di narrazione, inserita in una cultura che da 40.000 anni non distingue la storia dalle leggende, la topografia dalla geografia mitica, la medicina dalla magia, l’aspetto esterno dei corpi dall’anatomia degli organi interni. Quelle che per l'Occidente sono distinte forme del Sapere, per gli aborigeni costituiscono un’unica realtà armonica.
Nonostante la violenta colonizzazione britannica abbia decimato i nativi, la cultura tradizionale è sopravvissuta e, negli ultimi decenni, diversi pittori aborigeni hanno ripreso le figure ancestrali del mito, rivisitandole con tecniche moderne e caricandole di valenze sociali, identitarie e politiche.
Nei primi anni '70 Geoffrey Bardon, un insegnante d’arte, propose agli artisti aborigeni di Papunya (a nord-ovest di Alice Springs) di rappresentare le storie mitiche del Dreamtime sulla tela : nacque così la “Scuola di Papunya Tula”, che vanta artisti famosi come Clifford Possum Tjapaltjarri e Johnny Warangkula. Nel 1988, all'età di circa ottant'anni, Emily Kame Kngwarreye (leader femminile della sua comunità, custode di numerosi cicli di canti e di diversi siti sacri), realizza il suo primo dipinto su tela. Prima di allora i custodi dei luoghi disegnavano sulla sabbia con la tecnica della “dot painting” (sorta di puntinismo), allo scopo di confondere e qualche volta celare i contenuti religiosi relativi ai luoghi sacri, vietati ai non adepti.
Gli anni '80 hanno rappresentato per molti artisti l'abbandono della peculiare tecnica puntiforme, semplificando gli elementi fino a dissolverli in un groviglio "disordinato". Con Gloria Petyarre, nipote di Emily, scompaiono i “dots”, lasciando spazio ad astrazioni colorate abitate da sorprendenti effetti ottici. I suoi lavori, insieme a quelli di Minnie Pwerle e Barbara Weir sono esposti nelle maggiori raccolte e Musei di Arte in Australia, Europa e Stati Uniti.
L'arte contemporanea aborigena è indubbiamente totemica, intrisa di criptici simboli, armonizzati in un coinvolgente linguaggio espressivo e virtuoso. Vagamente sembra avvicinarsi ai decisi cromatismi di Matisse e alla figurazione adottata da Keith Haring. Emerge l'indole bizzarra dei lavori di Paul Klee, il Primitivismo di Picasso e la “danza” creativa di Pollock. Analogamente all'artista americano di origine scozzese, la maggior parte delle opere aborigene non possiede un alto e un basso, né è destinata ad una fruizione frontale. Il luogo ideale di tali lavori è il suolo: adagiate a terra, le tele sprigionano la loro magia, invitandoci a camminarvi attorno. Altri dipinti, che riproducono decorazioni tradizionali realizzate sui corpi in occasioni rituali, andrebbero invece osservati in movimento, allo stesso modo di come le assimilerebbero gli aborigeni durante le danze delle feste.
Attraverso la pittura, questi artisti hanno traslitterato i luoghi e la loro cosmogonia con una creatività genuinamente viva e consapevole dei propri mezzi espressivi, perpetuata dal canto di una memoria millenaria.

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Katia Caloi e Sandro Orlandi