ANDY WARHOL: Profondamente in Superficie


Arte Contemporanea: personalità artistiche e riflessioni

Katia Caloi e Sandro Orlandi

“Il mio stile è sempre stato quello di estendermi, in ogni campo, più che salire. Per me la scala del successo era più laterale che verticale”. - A. Warhol -


Rubrica per Art Weekly Report; Aprile 2012, Area Research, Intelligence e Investor Relations Banca Monte dei Paschi di Siena

A. Warhol, Marylin
A. Warhol, Marylin

Mai nessun artista o scrittore d'oltreoceano è stato in grado, come Andy Warhol, di rappresentare l'America, patria del Nuovo, epicentro del business, dell'arte e del marketing. Nonostante l'equazione Warhol=America, i suoi concittadini adottarono un atteggiamento diffidente nei suoi confronti, ghetizzandolo ai margini tra le eccentricità newyorchesi, come è consuetudine fare con autori "imbarazzanti".
Come si spiegano allora le alte quotazioni che il mercato ha generosamente elargito a Warhol?
La sua unica "colpa" e forza consiste nell'aver preso alla lettera l'America e i suoi abitanti nella loro obiettività, talvolta sfociando nella caricatura ma senza ricorrere alla parodia. Giudicato dai critici del suo tempo la personificazione del Nulla, un parassita che si limita a circondarsi di persone importanti; nessun giornalista riuscì ad estrapolare quel "qualcosa in più" per riscattarlo dalle feroci etichette. Eppure, Andy orchestrò la sua popolarità ottenendo il massimo dal minimo; partecipava a tutti i party, dormendo due ore a notte, e non si preoccupò di insabbiare la sua massima aspirazione:"Voglio essere un businessman o un artista del business. Far soldi è un'arte e fare buoni affari è la miglior forma d'arte!". Una "filosofia" (termine che Warhol non avrebbe mai scelto) che ha origini lontane, una storia di emigranti, e tante difficoltà che il guru della business-art cercò sempre di allontanare da sé.
Andrei Warhola nacque il 6 agosto 1928 a Pittsburgh, figlio di immigrati slovacchi di etnia Rutena. La sua infanzia trascorse nella fuligginosa città della Pennsylvania, che molto probabilmente fu la causa della sua cagionevole salute. La famiglia Warhola lavorava duramente e non poteva contare sull'aiuto dei vicini di casa, perché non era "americana". Il pregiudizio alimentava la distanza nei loro confronti quanto la povertà, invece, era sempre dietro la porta.
Tra il 1945 e il 1949 Andy studia al Carnegie Institute of Technology della sua città. Si trasferisce poi a New York dove lavora come vetrinista e grafico pubblicitario presso alcune riviste: "Vogue", "Harper's Bazar", "Glamour" e realizza le sue prime pubblicità per il calzaturificio I. Miller.
Nel 1952 tiene la prima personale alla Hugo Gallery di New York.
La sua attività artistica conta numerosissime opere prodotte in serie con l'ausilio dell'impianto serigrafico. Utilizzando immagini pubblicitarie di grandi marchi commerciali o tratte da reportage di cronaca nera, riusciva a svuotare di ogni significato il soggetto-oggetto che rappresentava, proprio con la ripetizione dell'immagine stessa su vasta scala. La sua arte doveva essere "consumata" come un prodotto commerciale: l'oggetto è il fine dell'opera, privato di ogni scelta estetica.
Warhol sarà autore di film e cortometraggi che realizzerà insieme ai collaboratori del suo studio, la famosa Factory, dove si svolgevano le attività artistiche e mondane del gruppo della Pop Art. Fu proprio in quella sede, a Manhattan, che il 3 giugno del 1968 Valerie Solanis, un’attivista del femminismo, sparò ad Andy Warhol, ferendolo gravemente. In seguito, Warhol limitò le uscite mondane e l’accesso alla Factory, che nel frattempo cambiò indirizzo.
I suoi happening multimediali, le sue produzioni video, i suoi ritratti dei divi hollywoodiani e le sue pubblicazioni continuarono per tutti gli anni Settanta e Ottanta, fino a quando, dopo aver realizzato Last Supper, ispirato all’Ultima cena di Leonardo, Warhol morì il 22 febbraio 1987, in seguito ad un banale intervento alla cistifellea.
“Vorrei una pietra tombale senza iscrizioni di sorta. Nessun epitaffio, neppure il nome. Anzi no, mi piacerebbe che fosse scritto sopra FINZIONE”.

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Katia Caloi e Sandro Orlandi