ARMAN: la dignità dell'oggetto


Arte Contemporanea: personalità artistiche e riflessioni

Katia Caloi e Sandro Orlandi

“Ho sempre preteso che gli oggetti si compongano da soli, per sé stessi. La mia composizione consiste nel lasciarli comporsi…”. - Arman -


Rubrica per Art Weekly Report; Aprile 2012, Area Research, Intelligence e Investor Relations Banca Monte dei Paschi di Siena

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Assemblare oggetti che la nostra società reputa insignificanti e del tutto marginali, il sur-plus, l'esubero, il prodotto in eccesso che satura la produzione nell’impossibilità d’uno smaltimento.
Esaltare il valore del quotidiano, dell'oggetto abitudinario, recuperandolo dal noioso utilizzo per restituirlo alla dignità dell'ingegno dal quale è nato. Questo è l'operare di Arman.
Armand Pierre Fernandez nasce a Nizza il 17 novembre 1928 (New York, 22 ottobre 2005) , figlio di Marthe Jecquet e Antoine, pittore dilettante dotato di grande energia e creatività. Acquisendo familiarità con il mondo dell'arte nel negozio di antiquariato del padre, a soli 10 anni verrà ammesso alla scuola di Arti Decorative di Nizza.
Nel 1947, in una scuola di judo a Nizza, incontrò Yves Klein e Claude Pascal. Con i due amici intraprese un viaggio attraverso l'Europa in auto-stop e iniziò ad interessarsi di astrologia, filosofia e buddismo. La condivisione degli ideali e la conoscenza di Pierre Restany e di Cesar darà origine al gruppo del “Nouveau Réalisme” , manifesto firmato da Arman nel 1960.
I suoi primi lavori, a metà degli anni ’50, segnano il definitivo allontanamento dalla pittura tradizionale: dai “Cachets” (timbri) su carta moltiplicati ossessivamente, si passa alle tracce e impronte delle “Allures”, per approdare in seguito ai cicli di "Accumulazioni", come "Poebelles" (immondizie). Culmine di questo periodo è l'esposizione “Le Plein” (1960), presso la galleria parigina di Iris Clert, interamente occupata da spazzatura, al punto di impedire fisicamente l'accesso agli spettatori. Tale ricerca si contrapponeva, in un equilibrio di opposti, alla ricerca spirituale del Vuoto, perseguita dall'amico Yves Klein.
Arman indaga il Pieno, il riempimento fino al culmine, tramite masse di detriti organici, animali, minerali, materiali sottratti alla decomposizione e ricomposti in teche di vetro o plexiglass, dietro le quale l’oggetto non appare più anonimo, ma impermeabile, refrattario allo sguardo.
Sono tre i momenti essenziali della poetica creativa dell’artista: l’appropriazione degli oggetti; l’assemblaggio o disassemblaggio “ossessivo-compulsivo” degli stessi; ed infine la presentazione dell’oggetto, uno e frammentato o molti ammassati, come opera d’arte.
Nascono così “Coupes” (tagli) e Coléres” (collere), frutto del dissemblage, trattamenti violenti indirizzati generalmente verso strumenti musicali della tradizione borghese: violini, violoncelli, trombe e pianoforti vengono fracassati, bruciati, sezionati. In cambio della loro funzione melodica, acquistano la silenziosa e composta "contemplazione" del fruitore, che perpetua così la vita postuma degli strumenti stessi. In questo ciclo di lavori si palesa l'impulso distruttivo, incontrollato che sale in corpo come un meccanismo a pressione. E' furore cieco, che esplode improvvisamente in un gesto dionisiaco, al quale si associa la follia dell'irrazionale, fino ad esaurirsi per riassorbirsi nella compostezza della teca. Non si tratta mai di un atto di distruzione totale, in quanto ogni gesto sull'oggetto ha il fine di conservarlo, proprio là dove, poco prima, Arman mostra la catastrofe.
Consumati dall'uso, consunti dal tempo, tutti gli oggetti interessati dall'opera di Arman vengono recuperati dalla Storia e, tramite l'Arte, vengono restituiti a noi sotto forma di racconto.
“Dopo il passaggio del tempo e delle tempeste recuperiamo i relitti fluttuanti alla superficie della memoria allo stesso modo che i pezzetti sommersi delle nostre emozioni”.

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Katia Caloi e Sandro Orlandi