MARCEL DUCHAMP: Scacco Matto all'Arte


Arte Contemporanea: personalità artistiche e riflessioni

Katia Caloi e Sandro Orlandi

“ Mi sono costretto a contraddirmi per evitare di conformarmi ai miei stessi gusti.” - M. Duchamp -


Rubrica per Art Weekly Report; Luglio 2012, Area Research, Intelligence e Investor Relations Banca Monte dei Paschi di Siena

M. Duchamp, "IL Grande Vetro"
M. Duchamp, "IL Grande Vetro"

La più radicale e vasta messa in causa dello statuto dell'opera d'arte, nella cultura contemporanea si deve a Marcel Duchamp. Una poetica che rade al suolo la concezione tradizionale dell'arte e della sua estetica, uno schiaffo al mercato e alle facili etichettature.
Si afferma la consapevolezza di un' arte che si manifesta tramite l' oggetto meno idoneo allo scopo, tramite il vuoto e la pausa, indipendentemente dalle convenzioni umane.
Marcel Duchamp nasce il 28 luglio 1887 a Blainville, (Rouen, Francia).
La famiglia Duchamp appartiene alla buona borghesia provinciale francese: il padre Eugene è notaio, ma dovette ben presto arrendersi all'indole artistica dei figli, che non lo seguiranno nella sua attività.
Marcel è il terzogenito; i fratelli maggiori Gaston e Raymond rientreranno nel movimento Cubista; tra le sorelle, fini intellettuali, Suzanne diverrà pittrice e sposerà in seconde nozze il dadaista Jean Crotti.
A 11 anni inizia la prima passione di Marcel, scoperta giocando con i fratelli: gli scacchi e, pochi anni dopo nel 1902, inizia a dipingere.
Dal 1904 è a Parigi, dove si occupa di cose diverse: esegue caricature per i giornali, si interessa di teatro, gioca a biliardo, lavora in una biblioteca, viaggia in automobile.
Le sue prime esperienze pittoriche mostrano una facilità di assimilazione delle principali novità stilistiche del momento: dal neoimpressionismo al fauvismo, dal simbolismo al futurismo. Ciò nonostante Marcel non aderisce mai completamente ad un movimento preciso.
La svolta decisiva avviene nel 1913, quando adotta, nei confronti della macchina, un atteggiamento che non ha precedenti neppure nel Futurismo. Infatti l'atteggiamento cubo-futurista consiste nell'assimilare i modelli della macchina e nel riplasmare grazie ad essi il mondo e la natura umana.
Nel caso di Duchamp, invece, non si tratta di emulare le macchine, ma di farne un qualche uso di ordine estetico, oltre a quelli di ordine pratico che ne rispettano le funzioni per cui sono state prodotte. Così nascono i “ready made” come "Ruota di bicicletta" (un bicicletta rovesciata) e “Orinatoio” (spostato dalla sua collocazione originaria). Per Duchamp conta lo spostamento concettuale, in grado di contestare alla radice macchine e “macchinazioni” attraverso l'ironia e l'umorismo, al punto tale di attribuire loro una vita affettiva-libidica. Pertanto le macchine sono contestate due volte: decontestualizzate dalla funzione iniziale per la quale sono state create, e abbassate al livello degli istinti, divengono sterili poiché neppure in questa nuova versione sessuata esse possono agire.
Secondo tale logica, Marcel Duchamp riafferma l' inutilità e la gratuità dell'oggetto macchina.
Pur essendo l’erotismo tema e strumento ricorrente nella produzione duchampiana, egli è deciso a non crearsi rapporti stabili. Uomo di grande fascino, non abusò mai della sua innata capacità seduttiva: ironico, cerebrale, ambiguo, combattè la stagnazione culturale, smascherando l'abitudine, facendosi beffe della tradizione.
Obiettivo finale: l'inutile, l'antiestetico e l'ingiustificabile.
Amante dell'androginia e del travestitismo, nel 1924 è stato una convincente drag queen nei panni di Rrose Sélav; un Adamo in Ciné-Sketch di Man Ray; e un satiro in Bond Duchamp. Abbandonerà il mondo dell'arte per dedicarsi totalmente agli scacchi.
La sua morte è improvvisa, rapida, avvenuta nel 1968 a Parigi dopo una cena a casa con Man Ray e Robert Lebel, amici di sempre.
L'enigma più irrisolto riguardante la produzione di Marcel Duchamp rimane tutt'oggi: il “Grande Vetro”.Tentate pure un'interpretazione...Marcel Duchamp se la riderà sotto i baffi, consapevole che “Non c'è soluzione perché non c'è nessun problema.”

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Katia Caloi e Sandro Orlandi