BARNETT NEWMAN: monumentale spiritualità


Arte Contemporanea: personalità artistiche e riflessioni

Katia Caloi e Sandro Orlandi

"Capire l'estetica è l'unico requisito per capire l'arte? Non credo".- B. Newman -


Rubrica per Art Weekly Report; Settembre 2012, Area Research, Intelligence e Investor Relations Banca Monte dei Paschi di Siena

B. Newman, "Onement", 1948
B. Newman, "Onement", 1948

Grandi tele per lo più monocrome, intersecate da bande verticali o orizzontali, recanti titoli che evocano personaggi mitici e biblici, eventi grandiosi e solenni.
Rapporti armonici di sottile equilibrio che tendono a dilatare lo spazio, mentre la forma viene ridotta all'estremo, in funzione dell'espressione cromatica. Le opere di Newman implicano una contemplazione intima e meditativa, che proietta l'osservatore in una dimensione spirituale.
Barnett Newman nasce a New York il 29 gennaio 1905.
Figlio di immigrati ebrei provenienti dalla Polonia, studia filosofia al City College di New York e lavora presso l'azienda di abbigliamento del padre, per poi guadagnarsi da vivere come scrittore, insegnante e critico.
Le sue prime opere vengono distrutte da lui stesso, perché deluso dai risultati.
Negli anni '40 fonda una scuola artistica a New York, delineando l'altra faccia dell'Informale: la Pittura di Non azione, basata sul cromatismo liberato dal segno gestuale.
Dall'opera vengono esclusi tutti gli elementi che possono distrarre la concentrazione dell'osservatore, in modo da porre l'enfasi sulla capacità della pittura di esprimere valori universali ed eterni. La prima mostra personale risale al 1948, presso la Betty Parsons Gallery, anno in cui Newman raggiunge la piena maturità del suo stile, attraverso la serie “Onement”.
Aniconico e iconoclasta, il fare artistico di Newman è dovuto a motivazioni di carattere storico; la Seconda Guerra Mondiale aveva drasticamente ridimensionato il ruolo politico ed economico dell’Europa. Per controparte gli Stati Uniti, la nazione che ne era uscita vincitrice, diviene la terra ideale dove far nascere nuove opportunità artistiche e culturali. L'America dei grandi spazi, dove poter ripartire da zero, libera l'arte dalla tirannia della storia, suggerendo allo spettatore una nuova fruizione dell'opera: l'occhio meno impegnato dal movimento del colore, suscita una forza d'esaltazione.
Newman dichiara di ispirarsi all’arte degli Indiani Kwatiutl, ai disegni fatti dagli sciamani sulla sabbia per celebrare il mito e invocare gli spiriti. Pur ispirandosi alla stessa finalità, l'artista statunitense giunge ad un risultato differente: far rivivere una realtà assoluta, apponendo alle sue grandi tele monocrome, titoli simbolici ed evocativi come, ad esempio, Argo, Dioniso, Ulisse, Orfeo, Prometeo, Achille; personaggi ed eventi religiosi come Abramo, Eva, Joshua, Adam, la Genesi. La serie in bianco e nero “Le stazioni della Croce” (1958-1966), iniziato poco dopo il ricovero dell'artista dovuto ad un attacco di cuore, registra il picco del suo successo.
Opere più tarde sono: “Chi ha paura di serie rosso, giallo e blu”, caratterizzate da vibranti colori puri, su tele di grandi dimensioni , come “Luce di Anna” (1968), dedicato alla memoria di sua madre, 3 anni dopo la sua morte. Questo è il suo più grande lavoro: 28 metri di larghezza per 9 metri di altezza.
Newman è stato poco apprezzato come artista per gran parte della sua vita e, come spesso accade, a differenza della critica a lui contemporanea, molti giovani pittori maturarono sotto il suo influsso.
Nove anni dopo la sua morte, avvenuta a New York il 4 luglio 1970 a causa di un attacco cardiaco, la vedova di Newman, Annalee, dà vita alla Barnett Newman Foundation.
“Ho voluto mantenere l'emozione, non sprecarla in estasi pittoresche”.

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Katia Caloi e Sandro Orlandi