EDWARD HOPPER: la dimensione dell'ascolto


Arte Contemporanea: personalità artistiche e riflessioni

Katia Caloi e Sandro Orlandi

“Se potessi scriverlo con le parole non ci sarebbe nessuna ragione per dipingerlo”. - E. Hopper -


Rubrica per Art Weekly Report; Novembre 2012, Area Research, Intelligence e Investor Relations Banca Monte dei Paschi di Siena

E.Hopper,"Eleven AM", 1926
E.Hopper,"Eleven AM", 1926

Insicuro, goffo, indolente e riservato.
Alcune persone lo ricordavano seduto nel suo studio per ore bevendo tè. Ogni tanto sembrava sul punto di voler comunicare qualcosa, ma non lo faceva.
Il silenzio pervade tutti i suoi lavori, qualunque sia la loro tecnica. Predilige immagini urbane o rurali, sospese nel silenzio. I suoi spazi sono reali ma in essi c'è qualcosa di indefinito, come un sortilegio:
l' intercapedine tra l'essere e il nulla.
La scena è spesso deserta, ma abitata da una drammatica estraneità tra i soggetti che ne accentua la loro dolorosa solitudine.
Semantico e scettico, si inserisce nella dimensione interrogativa delle cose, con una grande regia compositiva. Hopper è il pittore americano della Grande Depressione.
Edward Hopper nasce a Nyack, una piccola cittadina sul fiume Hudson, il 22 luglio 1882.
Figlio del commerciante Garret Henry Hopper e di Elizabeth Griffiths Smith, proviene da una colta famiglia borghese, di discendenze olandesi.
A soli cinque anni, mostra uno spiccato talento per il disegno. Nel 1895 compone il suo primo dipinto ad olio, firmato “Rowboat in Rocky Cove”. Sogna di diventare un architetto navale, ma dopo il diploma intraprende la carriera artistica. Inizia i suoi studi d’arte sulla scia di Manet e Degas: dal primo assimila la luce; dal secondo, l'importanza degli interni.
Nel 1906 si reca per la prima volta in Europa, visitando Parigi, dove sperimenta un linguaggio formale vicino a quello degli impressionisti, proseguendo poi, nel 1907, per Londra, Berlino e Bruxelles. Lo stile personale ed inconfondibile emerge e si forma nel 1909, quando decide di tornare a Parigi per sei mesi, dipingendo a Saint-Germain-des-Prés e a Fontainebleau. Predilige un raffinato gioco di luci e ombre, la descrizione di interni, e il tema centrale della solitudine.
Tornato stabilmente negli Stati Uniti, inizia ad elaborare soggetti legati alla vita quotidiana americana di tutti i giorni. Il successo ottenuto con una mostra di acquerelli (1923) e con un'altra di dipinti (1924), contribuiscono a fare di Hopper il caposcuola dei realisti che dipingevano la “scena americana”.
A 41 anni, durante un viaggio estivo, incontra la sua futura sposa, più giovane di un solo anno, Josefina Nivison, artista a sua volta. E' una donna minuta, colta ed emancipata per l'epoca.
Musa e modella dei suoi lavori, pungolo intellettuale e sua prima sostenitrice, Jo ha un ruolo chiave per il successo del marito. La vita privata dei coniugi Hopper è un quadro complesso,“puro Dostoevskij”, come ironicamente, ma non troppo, scrive la moglie nei suoi diari. “Edward non vuole mai parlare di niente […] è come un cencio senza consapevolezza del passare delle ore, dei giorni, delle settimane, della vita”.. Hopper ama la solitudine e quella sorta di stato di incubazione, come se ci fosse qualcosa che matura poco a poco: una profonda e assorta aspettativa, una dimensione di ascolto e tensione, in attesa di una annunciazione o di una visitazione. Come la moglie Jo, anche noi, difronte ad una tela di Hopper, ci chiediamo cosa avverrà dopo..La risposta si cela fuori la superficie del quadro: la Luce è ciò che salva dal nichilismo; essa offre la possibilità di redenzione e speranza nella dura realtà del quotidiano.
Hopper si spegne a 85 anni, il 15 maggio 1967, nel suo studio vicino a Washington Square, New York.
La moglie, unica erede, raccoglie appena in tempo la collezione di Edward: oltre tremila opere, destinate al Whitney Museum of American Art. Dieci mesi più tardi Josefina Nivison Hopper raggiunge il marito.
Oggi la loro casa è il centro culturale d’arte Casa Edward Hopper: luogo aperto alla comunità, senza fine di lucro, dove si realizzano esposizioni, corsi, conferenze, spettacoli ed eventi speciali.
“Tutto quello che avrei sempre voluto fare era dipingere la luce del sole sulla parete di una casa”.


Katia Caloi e Sandro Orlandi