GIUSEPPE CAPOGROSSI: la tenacia della “forchetta”


Arte Contemporanea: personalità artistiche e riflessioni

Katia Caloi e Sandro Orlandi

“Sono convinto di non avere sostanzialmente cambiato la mia pittura, ma di averla solo chiarita”. - G. Capogrossi -


Rubrica per Art Weekly Report; Dicembre 2012, Area Research, Intelligence e Investor Relations Banca Monte dei Paschi di Siena

G. Capogrossi, "Superficie210", 1957
G. Capogrossi, "Superficie210", 1957

Un alfabeto sconosciuto, sintetizzato in un primordiale segno “a pettine”, ripetuto ossessivamente nelle sue quasi infinite combinazioni. La genesi del suo operare risale ad un'esperienza vissuta a 10 anni, visitando un istituto per non vedenti. In questo luogo si lascia travolgere dall'emozione nell'osservare i disegni dei bambini: fogli fittissimi di piccoli tracciati neri, come in una lingua tutta da tradurre, ma esplicativa di un'interiorità completa.
Giuseppe Capogrossi Guarna nasce a Roma, il 7 marzo 1900.
Il padre, Guglielmo, appartiene all’antica e nobile famiglia romana dei conti Capogrossi Guarna, mentre la madre, Beatrice Tacchi Venturi, proviene da una famiglia originaria delle Marche. Lo zio materno, Pietro tacchi Venturi, gesuita e storico delle religioni, sarà il punto di riferimento del giovane Giuseppe. Terminati gli studi, nel 1918 combatte in trentino nella Prima Guerra Mondiale.
Al termine del conflitto, si laurea in giurisprudenza e, abbandonata la carriera di avvocato sul nascere, si dedica all'arte, appoggiato dallo zio che lo introduce nello studio professionale del grafico e affreschista Giambattista Conti. Giuseppe è apprendista ma non perde tempo per dipingere dal vero composizioni di oggetti e ritratti dei compagni di lavoro. Sono anni in cui il suo talento si affina, al punto da realizzare notevoli copie dei capolavori dei grandi maestri italiani, come Michelangelo e Piero della Francesca.
Nel 1927 in una mostra presso l'Hôtel Dinesen di Roma, compaiono per la prima volta delle sue opere di piccolo formato: un “Autoritratto”, qualche paesaggio e alcune vedute della capitale. Dall'amicizia e dalle ricerche compiute con Cavalli, F. Pirandello, R. Melli e con C. Cagli, nasce il tonalismo, indirizzo dominante della Scuola romana negli anni Trenta.
Arriva il momento del viaggio a Parigi, città d'arte alla quale Capogrossi rimane legato, facendone ritorno più volte. E' qui che i lavori di Picasso, Modigliani e Renoir entrano nelle sue vene, portatori di un nuovo flusso vitale: la loro audacia nello scostarsi dalla tradizione figurativa classica, confermerà in Giuseppe Capogrossi, la convinzione che l'Arte può andare oltre l'osservazione della natura.
Dopo un primo “avvio” in senso materico e cromatico agli inizi degli anni Quaranta, un deciso mutamento di indirizzo si avverte dopo la guerra. Giuseppe reagisce contro la sua stessa produzione recente e approda al celebre “modulo”. Fine della pittura figurativa, fine dei ritratti, degli Arlecchini, delle vedute e dei ritratti delle dame con collana di perle!
I collezionisti e gli acquirenti si dileguano, i galleristi dicono che Capogrossi è impazzito. Eppure è un avvocato, conte e un bel tipo, attorno al quale si crea nonostante questo, il vuoto.
Tutto viene ridotto al segno, al simbolo, una ricerca folle e ossessiva che lo catapulta in un universo ricco di motivazione personale ma miseramente instabile a livello quotidiano. Giuseppe deve mantenere, oltre a se stesso, la compagna Costanza Mennyey (già moglie del pittore futurista Enrico Prampolini), e le due figlie nate dalla loro travolgente passione. Dopo anni di testarda convinzione nel perseguire il suo “credo” artistico, ecco che negli anni Cinquanta i suoi lavori tanto sbeffeggiati sono ora presenti in ben 101 collezioni americane e nelle pareti private di casa Rockefeller e del noto gallerista Leo Castelli. La sua nuova espressione ottiene un rapido e crescente successo: seguono una serie di mostre internazionali: a Parigi, Londra, New York, San Paolo, Bruxelles.
Gli anni Sessanta vedono nuove importanti affermazioni a Venezia, Tokio ed Osaka. La sua attività prosegue intensa negli ultimi anni, tra premi e riconoscimenti, sino ad ottenere, nel 1971 dal ministero della Pubblica Istruzione, la medaglia d'oro per meriti culturali.
Al cadere delle foglie dell'anno successivo, Giuseppe Capogrossi si spegne nella sua citta natale: è il 9 ottobre 1972.
“Ho sempre pensato che lo spazio è una realtà interna alla nostra coscienza, e mi sono proposto di definirlo”.


Katia Caloi e Sandro Orlandi