Memoria continua


La straordinaria figura dello storico dell'arte Paolo Fossati

Sileno Salvagnini

Paolo Fossati era uno dei maggiori storici d'arte contemporanea della seconda metà del Novecento, ed anche un personaggio che aveva rappresentato un "caso~~ nel mondo accademico. Quando, infatti, nel 1982 lasciò la cattedra di Metodologia della critica d'arte a Bologna, essendo fra i pochi insegnanti a scegliere il lavoro privato all'Università, pochi furono i colleghi a lamentarne la perdita. In seguito, Fossati insegnò ancora, seppur sporadica-mente, all'istituto universitario di architettura di Venezia e al Dams di Torino, e tenne seminari illuminanti alla Normale di Pisa. Ma indubbiamente fu quel 1982 l'anno di abbandono del mondo accademico. Mondo che non gli ha, credo, mai perdonato di essere uno studioso atipico; un po' quanto è accaduto ad un altro grande, Federico Zeri, che, molto più vecchio ed agli antipodi di Fossati quanto a formazione e predilezioni, ebbe con lui molti tratti in comune, oltre che una lunga amicizia.
Fossati era "anomalo" perché non proveniva da studi di storia dell'arte come la maggior parte dei suoi detrattori, ma dalla filologia romanza, essendosi laureato con Silvio D'Arco Avalle. Rispetto inoltre ad una critica d'arte più o meno ideologizzata, storicistica più per sentito dire che per convinzione, predilesse di gran lunga studiosi stranieri, specie anglosassoni e, fra gli italiani, autori atipici come Renato Poggioli, Filiberto Menna, Giuseppe Marchiori. Ricordo, ad esempio, come si sia battuto per far tradurre da Einaudi un grande libro di Meyer Schapiro sull'arte romanica; libro che - mi confidò -ebbe non più di qualche centinaio di acquirenti. O ancora, come fosse entusiasta di partecipare nel 1993 ad una mostra sul critico Giuseppe Marchiori, che riteneva estremamente valido non solo per le illuminanti interpretazioni di Licini - il rapporto fra il grande pittore di Anticoli Corrado ed il critico veneto fu il tema del suo intervento -, ma anche per le sue "divagazioni" sull'arte del passato: ad esempio, il volume sulla scultura italiana dell'Ottocento, che considerava insuperato.
Giunto negli anni Sessanta alla casa editrice Einaudi, per lunghi decenni Fossati ne fu il coordinatore per il settore della storia dell'arte, oltre che saggista egli stesso. Ma anche l'animatore di nuove collane: celebre soprattutto quella della Einaudi Letteratura, che accostò provocatoriamente opere come L'azzurro del cielo di George Bataille, Oggetti d'affezione di Man Ray, Lo spazio inquieto di Fausto Melotti, Il sorcio nel violino di Bruno Barilli, Infanzia berlinese di Walter Benjamm: per citarne qualcuno. Una collana, quindi, che sanciva la caduta dei generi e dei confini fra le discipline.
Ovviamente Fossati non disgiungeva l'attività editoriale da quella saggistica, pubblicata nella gran parte dei casi sempre da Einaudi. Nel 1970 scrisse L'immagine sospesa, libro pionieristico per gli storici dell'arte che non avevano vissuto le vicende artistiche tra le due guerre. In esso per la prima volta veniva trattata esaustivamente la vicenda dell' astrattismo italiano, con una geniale miscela, tuttora insuperata, di indagine formale delle opere dei Fontana, Soldati, Melotti, Licini, e di ricostruzione dei rapporti fra quelli e i Persico, Belli, Bontempelli. Con intuizioni, è il caso di dire - anche se la parola da Fossati era aborrita come la peste - geniali: come ad esempio la messa in luce della netta inferiorità, salvo eccezioni come quelle di Fontana e di Lici, dell'astrattismo italiano rispetto a quello storico dei Klee e dei kandinsky; intuizione confermata, per quanto riguarda quest'ultimo, dalla pubblicazione in una recente mostra romana (Carlo Belli e Roma, a cura di Giuseppe Apella e Maria Grazia Tolomeo, Roma, Palazzo delle Esposizioni, aprile/giugno 1998), da una lettera scritta nel 1935 da Kandinsky a Belli, nella quale il grande pittore russo lamentava come fosse stata fraintesa la sua arte dagli italiani.
Seguirono negli anni Ottanta una serie di volumi capitali sull'esperienza della Metafisica ("Valori Plastici" 1918-1 922, nel 1981, vale a dire sulla rivista diretta da Mario Broglio che fece conoscere, oltre a Carrà, De Chirico Morandi, artisti come Picasso Braque, Léger, e sulla quale proprio Fossati aveva appena iniziato a preparare una grande mostra, che si sarebbe aperta, lui morto, a Roma nell'ottobre del 1998; e La pittura metafisica, nel 1988), che indagarono quel fenomeno con un respiro assai più ampio ed una considerazione ben maggiore di quella, per fare un esempio, mostrata nella vetusta Storia dell'arte moderna di Giulio Carlo Argan, chiusa a letture provenienti dall'Europa ma soprattutto dagli Stati Uniti.
Tra gli anni Settanta e Ottanta coordinò la Storia dell'arte italiana Einaudi, curata da Giovanni Previtali e Federico Zeri. In essa scrisse un'importante sintesi dell'arte italiana fra le due guerre, in cui distillò le molteplici conoscenze sull'argomento; ma soprattutto, riuscì mirabilmente a stimolare gli studiosi che vi parteciparono ad occuparsi ognuno di argomenti di cui non erano specialisti: citerò per tutti il saggio di Zeri sull'iconografia... dei francobolli.
Un altro, importante lavoro di Fossati fu, nel 1995, Storia di figure e di immagini. Da Boccioni a Licini: un affresco insuperabile di artisti che, nell'epoca della riproducibilità tecnica, si rinchiudono in allegorie dove ognuno "racconta il proprio lavoro di pittore".
Anche qui una vivacità intellettuale straordinaria, dello stesso tipo di quella che, vent'anni prima, aveva affascinato chi ebbe la fortuna, come me, di seguirlo nelle lezioni universitarie. Ultima sua fatica fu il libro che uscì nei giorni della sua scomparsa, Autoritratti, specchi e palestre. Figure della pittura italiana del Novecento (Bruno Mondadori, 1998). Un volume che rivela il duplice approccio di Fossati all'artista: simpatetico - splendide le sue osservazioni iniziali su una litografia di Escher, nella quale chi guarda l'opera è ad un tempo spettatore e protagonista della scena -; e iconologico, di una lettura profonda dell'opera d'arte, come solo s'era fatto per l'arte antica -vedasi quella illuminante di Donna seduta e paesaggio di Sironi, che la sua interpretazione, fra l'altro, sposta più avanti rispetto al 1925, anno con cui tradizionalmente si datava il dipinto. Ma Fossati, oltre ad essere grande studioso, era anche un maestro nel vero senso della parola. Rispetto alla maggior parte di docenti universitari, che spesso nulla dicono ai propri allievi, tollerando quasi con menefreghismo i loro maldestri approcci, i malfermi tentativi di pervenire ad un metodo di studio, Fossati era solito non solo leggere attentamente appunti, ascoltare riflessioni, glossare tesi, ma anche - e soprattutto - stroncare di brutto quanto riteneva debordante rispetto al cammino impervio della ricerca. E forse proprio questo rigore etico, scomodo talora ma sicuramente proficuo per chi gli gravitava attorno, a farcelo mancare molto.


Sileno Salvagnini